Elisa Ruotolo, “Quel luogo a me proibito”

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In uno splendore linguistico inusitato nella narrativa italiana recente si srotola la storia di una donna senza nome, che cresce in una famiglia bigotta e senza amore e ne riporta le ferite per la vita.

La prima parte del romanzo ci conduce fra i ricordi di un’infanzia fatta di regole assurde e consigli di vita castranti, in un’epoca in cui c’è la televisione -anche se in bianco e nero- ma ancora si pensa che una donna mestrua non possa lavarsi o fare il bagno a mare e che la sua condizione porti sfortuna al resto della comunità. Una sacca di mondo arcaico in pieno mondo contemporaneo. La protagonista narra in prima persona ricordi veri ed eventi che le sono stati solo riferiti, annoda la propria esistenza a quella di persone che non ha mai conosciuto come a segnalare che la sua presenza al mondo, in fondo, non è importante, che la sua persona fisica non conta. Obbedire e sparire sono il suo modo d’essere. Il racconto oscilla tra l’età adulta e i primi anni di vita, e procede fra la cruda messa in scena di comportamenti disumani -la straziante vicenda del cane Rambo- e improvvisi silenzi: più che di ellissi narrative, si tratta di vere porte chiuse, di vuoti che il lettore è chiamato a riempire come la protagonista riempiva con l’immaginazione le scene d’amore che la famiglia le proibiva di vedere nei film. Questa prima parte del romanzo scava nel limite fra la purezza e la ferocia con una determinazione dostoevskiana e in una verbalità carnosa che pare il contraltare delle proibizioni a cui è soggetta la protagonista. In effetti la sua unica valvola di sfogo, crescendo, sono i libri, ed è nella violenza della prosa che essa sembra trovare quell’identità che in vita le è negata. Le psicologie dei personaggi sono ricostruite con un accumulo di dettagli significativi con una coerenza degna di un trattato di psicologia dell’infanzia. Al tempo stesso tutto è immerso in una sorta di realismo magico che, più che agli autori sudamericani, rimanda ai nostri narratori del Sud e all’antropologia del profondo Sud italiano studiata da Ernesto de Martino.

Nella seconda parte avviene la rinascita della protagonista, che a quarantadue anni scopre l’amore di un uomo. Qui il linguaggio si fa più rarefatto, la narrazione procede più lineare, ma è solo una parentesi. La donna senza nome non è capace di abbandonare la gabbia che le si è costruita intorno, regole e costrizioni sono diventate una seconda natura e lei non è capace di abbandonarsi all’amore. Nella terza parte la conclusione “aperta” della storia è rinviata da una serie di episodi che, intercalati alla narrazione principale, ci riportano al tempo dell’infanzia, delle sue regole assurde e arcaiche. La tensione viene come seghettata, continuamente interrotta, e il singhiozzo narrativo la porta vicino all’insostenibile.

È un libro costruito con sapienza Quel luogo a me proibito: la sapienza di una struttura circolare che non è perfettamente circolare perché non si ritorna mai veramente al punto di partenza e la consapevolezza della vita perduta muta la protagonista in modo irreparabile. La prima scena d’amore è collocata alla metà precisa del racconto e le digressioni paiono sempre sul punto di far crollare l’architettura della narrazione, che Elisa Ruotolo riesce però sempre a riportare nei ranghi un attimo prima che deragli.

Poche esperienze di lettura riescono altrettanto emozionali. E il segreto di questa intensità emotiva sta nella perfetta coerenza dei particolari, nella precisione con cui Elisa Ruotolo allinea non solo i fatti e le psicologie, ma anche le metafore sulla condizione umana della protagonista, creando campi semantici nuovi e indimenticabili: la purezza-non purezza del colore bianco, la donna-bonsai a cui è stato impedito di sviluppare la propria femminilità come al povero albero giapponese viene impedito artificialmente di crescere… Elisa Ruotolo sa che in letteratura la struttura non è una cosa arida, ma è la musica interna dell’esposizione, e ne mette in pratica le risorse per regalarci un libro sconvolgente e una prosa che si conficca nelle costole.

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