Gaia Boni, “Fiori nudi”

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Eros e natura si abbracciano con selvaggia tenerezza nei versi della giovanissima Gaia Boni. Davide Rondoni, nella quarta di copertina, definisce la sua una poesia “rupestre”. Aggiungo: una poesia aspra e solare, elementale, scabra e lucente, intensa e tuttavia sempre lucida, sempre nitida nel dettato e nel pensiero. Fin dal titolo, Fiori nudi (Carta Canta, 2018) denuncia l’intima connessione fra natura ed eros, fra la bellezza della visione e la limpida asperità del dettato. La poetessa si presenta quasi come una ninfa, una Dafne partecipe dell’essenza stessa del bosco: “Prenderò coscienza di terre brade / com’è selvatica la lingua del cervo / che brama acqua purissima e sale, / camminerò l’intero geografico / e spargerò la mia stagione / nel rivoluzionario mio giardino / che profonde semenze ancora in libertà.” Oppure: “A volte credo fermamente d’essere una cascata / in piena quasi costante, traboccante / così il mio grido inevitabile / è l’urlo cosciente dell’acqua che sta per cadere / la consapevolezza di disfarsi come proprio prolungamento / un moto di volo che precipita / eppure ogni volta riparte / –forse la mia voce non è che un grido.”

Anche l’amore è reso con immagini di primordiale bellezza, immagini apparentemente ingenue e in realtà perfettamente scavate nell’universo significante dell’autrice: “tu sei la mia alba, / il mio primordiale risorgere”; “guardo ora la mia strada / da cui hai sradicato il tuo corpo / togliendomi il peso del profumo maturo”; “ritorneremo fertili / nel limo rinnovato di un’altra stagione”.

Furioso e selvatico è l’amore della poetessa, eppure così pieno di grazia: “Riprendo la tua schiena pentita / dentro i miei occhi fiacchi, all’interno / dove si spacca il caleidoscopio dei colori, / la tua nuca spenta nell’eterno rimpianto / –non avrei mai dovuto andarmene / –no, non avresti dovuto- / la tua schiena che intercede l’addio / la riprendo ancora e ti volto furibonda / e ti sbatto addosso su di me / cerva impazzita che calpesta il ricordo.”

C’è anche un lato più domestico di Gaia –domestico senza essere borghese-, un immaginario più simile al nostro quotidiano, in cui tuttavia l’autrice scatena la selvaggia verginità della sua voce: “Tiro con forza l’orlo di questa maledetta gonna / forse se fosse più morbida / se fosse più bianca / non si impiglierebbe sotto l’ala del mio cappotto a strascico / so che vorrei essere più morbida / che vorrei essere più bianca / anch’io”; “Quando ti deciderai ad andare a letto / spalanca quel che resta di me alla notte / lascia che respiri insieme al fiume che suona la pioggia / sprimaccia il tuo viso la pelle sul mio cuscino blu / che tutto prenda la tua sola forma disillusa e perfetta”.

Anche laddove la poesia pecca per eccesso di immagini, non si tratta mai di immagini pletoriche o puramente suggestive, ma sempre di figure intimamente necessarie all’autrice, radicate nel suo immaginario: in questa poesia solo ciò che è espressivo ha diritto di cittadinanza: non ci sono orpelli non tanto per un processo di selezione e decantazione a posteriori, quanto perché la parola di Gaia Boni nasce già nuda e liscia, già rocciosamente essenziale. Nasce, si direbbe, per un processo musicale. L’autrice è anche una bravissima cantante, dalla voce ruvida eppure tenera. E questa musicalità innata si sente nel verso libero della sua poesia, secco ma sempre arioso, impetuoso ma sempre sapiente nell’uso delle figure di suono.

Molto ci si può aspettare da questa orgogliosa e sensibilissima voce poetica.

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