Un libro-miracolo: “Una grazia di cui disfarsi” di Elisa Ruotolo

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Una grazia di cui disfarsi (rueBallu, 2018, con illustrazioni di Pia Valentinis) è il libro che Elisa Ruotolo ha dedicato all’amata poetessa Antonia Pozzi; ma è anche l’inizio di una meditazione il cui frutto più recente è il romanzo Quel luogo a me proibito: meditazione sul desiderio e la negazione del desiderio, sul rapporto con l’altro e col proprio corpo, sull’influenza di una famiglia anaffettiva, giudicante, troppo protettrice, nella crescita individuale; sull’oppressione dovuta all’ambiente sociale e sul ruolo salvifico della parola. A questi temi la scrittrice ha dedicato anche parte della sua raccolta di poesie, Corpo di pane. I tre libri formano un trittico ideale, omogeneo non soltanto nei contenuti, ma anche nello stile, se è vero che la prosa del romanzo è stata definita da più parti poetica e che il nome di Antonia Pozzi è stato evocato da alcuni lettori per la raccolta di poesie. Sembra insomma che la scelta di dedicarsi alla poetessa lombarda sia stata per Elisa Ruotolo un punto di svolta, una riscoperta decisiva della propria voce più autentica. La Antonia Pozzi di Una grazia di cui disfarsi -che parla in prima persona-, l’io poetico di Corpo di pane e l’io narrante di Quel luogo a me proibito sembrano in molti passi sovrapporsi. Certo, diverse sono le soluzioni che le tre donne trovano al loro percorso esistenziale, e diverse sono anche la provenienza sociale di Antonia Pozzi e quella dell’io narrante del romanzo. Ma sono simili le immagini con cui descrivono la loro condizione interiore. Quando la Pozzi implora alla famiglia “un tratto di catena più lungo. Che stringesse meno quando faccio segno di varcare il cancello”, il pensiero non può che correre all’atroce storia, nel romanzo, del cane Rambo, che passa tutta la vita legato a una catena e che a sua volta è figura-specchio della protagonista. Quando troviamo l’esergo “Gioia ferma nel cuore / come un coltello nel pane” in Una grazia di cui disfarsi pensiamo subito all’identica immagine che c’è in Corpo di pane. Ma anche quando Antonia Pozzi dichiara “Molte cose le ho viste davvero solo sistemandole in un verso”, sta dichiarando il potere della parola come strumento conoscitivo e di immaginazione su cui si diffonde anche la protagonista del romanzo. Ancora, l’io poetico di Corpo di pane confessa un desiderio di maternità che è anche di Antonia Pozzi. Tra Una grazia di cui disfarsi e Quel luogo a me proibito ravvisiamo somiglianze anche a livello narrativo: sia Antonia Pozzi sia la protagonista del romanzo, a un certo momento, scoprono Napoli, che prima avevano solo immaginato, e ne restano sorprese. Insomma, le tre opere sembrano essere sgorgate da una fonte comune e costituire quello che potremmo chiamare “trittico del desiderio negato”.

Ma, considerando Una grazia di cui disfarsi come opera autonoma, non posso non dire che si tratta di un libro-miracolo, di un libro in cui l’identificazione della narratrice con la protagonista raggiunge livelli possibili solo attraverso la frequentazione più assidua e più affettuosa della sua opera. Del resto è la stessa Ruotolo a dichiarare, nel capitolo introduttivo, quanto profonda è la sua identificazione con Antonia Pozzi e da quanto dura la conversazione con la sua opera. Piccolo ma struggente capolavoro, questo smilzo libro condensa le migliori qualità di quella miracolosa scrittrice che è la Ruotolo: una parola brulla e tenerissima, di raro incanto poetico, un artigianato verbale inusuale nella nostra epoca e più simile a quello di una volta, quando a scrivere erano in pochi, e la lucida, dolente capacità di scendere nelle segrete dell’animo umano.

Una grazia di cui disfarsi (rueBallu, 2018, con illustrazioni di Pia Valentinis) è il libro che Elisa Ruotolo ha dedicato all’amata poetessa Antonia Pozzi; ma è anche l’inizio di una meditazione il cui frutto più recente è il romanzo Quel luogo a me proibito: meditazione sul desiderio e la negazione del desiderio, sul rapporto con l’altro e col proprio corpo, sull’influenza di una famiglia anaffettiva, giudicante, troppo protettrice, nella crescita individuale; sull’oppressione dovuta all’ambiente sociale e sul ruolo salvifico della parola. A questi temi la scrittrice ha dedicato anche parte della sua raccolta di poesie, Corpo di pane. I tre libri formano un trittico ideale, omogeneo non soltanto nei contenuti, ma anche nello stile, se è vero che la prosa del romanzo è stata definita da più parti poetica e che il nome di Antonia Pozzi è stato evocato da alcuni lettori per la raccolta di poesie. Sembra insomma che la scelta di dedicarsi alla poetessa lombarda sia stata per Elisa Ruotolo un punto di svolta, una riscoperta decisiva della propria voce più autentica. La Antonia Pozzi di Una grazia di cui disfarsi -che parla in prima persona-, l’io poetico di Corpo di pane e l’io narrante di Quel luogo a me proibito sembrano in molti passi sovrapporsi. Certo, diverse sono le soluzioni che le tre donne trovano al loro percorso esistenziale, e diverse sono anche la provenienza sociale di Antonia Pozzi e quella dell’io narrante del romanzo. Ma sono simili le immagini con cui descrivono la loro condizione interiore. Quando la Pozzi implora alla famiglia “un tratto di catena più lungo. Che stringesse meno quando faccio segno di varcare il cancello”, il pensiero non può che correre all’atroce storia, nel romanzo, del cane Rambo, che passa tutta la vita legato a una catena e che a sua volta è figura-specchio della protagonista. Quando troviamo l’esergo “Gioia ferma nel cuore / come un coltello nel pane” in Una grazia di cui disfarsi pensiamo subito all’identica immagine che c’è in Corpo di pane. Ma anche quando Antonia Pozzi dichiara “Molte cose le ho viste davvero solo sistemandole in un verso”, sta dichiarando il potere della parola come strumento conoscitivo e di immaginazione su cui si diffonde anche la protagonista del romanzo. Ancora, l’io poetico di Corpo di pane confessa un desiderio di maternità che è anche di Antonia Pozzi. Tra Una grazia di cui disfarsi e Quel luogo a me proibito ravvisiamo somiglianze anche a livello narrativo: sia Antonia Pozzi sia la protagonista del romanzo, a un certo momento, scoprono Napoli, che prima avevano solo immaginato, e ne restano sorprese. Insomma, le tre opere sembrano essere sgorgate da una fonte comune e costituire quello che potremmo chiamare “trittico del desiderio negato”.

Ma, considerando Una grazia di cui disfarsi come opera autonoma, non posso non dire che si tratta di un libro-miracolo, di un libro in cui l’identificazione della narratrice con la protagonista raggiunge livelli possibili solo attraverso la frequentazione più assidua e più affettuosa della sua opera. Del resto è la stessa Ruotolo a dichiarare, nel capitolo introduttivo, quanto profonda è la sua identificazione con Antonia Pozzi e da quanto dura la conversazione con la sua opera. Piccolo ma struggente capolavoro, questo smilzo libro condensa le migliori qualità di quella miracolosa scrittrice che è la Ruotolo: una parola brulla e tenerissima, di raro incanto poetico, un artigianato verbale inusuale nella nostra epoca e più simile a quello di una volta, quando a scrivere erano in pochi, e la lucida, dolente capacità di scendere nelle segrete dell’animo umano.

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