Aitmatov, “Melodia della terra”

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Tradotto in italiano da Andrea Zanzotto sulla base della versione francese di Aragon, questo romanzo fa pensare alle melodie asiatiche che si rincorrono ipnotiche nella musica di Borodin. E dico Borodin perché è un compositore che non ha il realismo cupo di Musorgskij, non la violenza patetica di Caikovskij, meno che mai il metallo incandescente di Prokof’ev. Borodin è epica e idillio. Come Aitmatov.

Dico subito qual è, secondo me, il punto debole del romanzo: la sua incongruenza storica. Parla di guerra, di 1943 e di Kirghisia. Ma semplifica tutto. Melodia della terra è pieno di nostalgia per le culture tradizionali, ma suggerisce che, per il bene della Russia, e quindi anche delle culture tradizionali, era inevitabile che venissero assimilate al sistema sovietico, che s’identifica qui con la guerra contro il nazismo. In realtà, l’assimilazione delle culture tradizionali precedette la guerra e fu più violenta di quanto Aitmatov non dica: popolazioni intere vennero deportate, famiglie smembrate, furono tutti obbligati a prender parte a lavori -in fabbrica e nei kolchoz- che non conoscevano e di cui non capivano il senso. Tiziano Terzani ha raccontato di un popolo di pescatori, i Nanai, che viveva lungo il corso del fiume Amur, al confine con la Cina. Nella guerra civile che seguì la rivoluzione d’ottobre vennero arruolati a forza sia dalla guardia rossa che dalla bianca, furono decimati da entrambe, vennero messi ai lavori forzati; e quando poi vennero stabiliti i confini fra Russia e Cina, i Nanai divennero russi o cinesi da un giorno all’altro, secondo che si trovassero su una sponda o sull’altra del fiume. Chi aveva famiglia dall’altra parte, l’aveva persa. Molti si suicidarono. Altri morirono di fame, o si lasciarono morire.

È chiaro che Aitmatov, nel ’57, non era libero di scrivere le cose come erano andate. Non lo era, almeno, se voleva pubblicare e rimanere all’interno delle istituzioni: “Ministro di Gorbaciov durante la Perestrojka, ambasciatore della Kirghisia in Lussemburgo e in Belgio”, recita il risvolto di copertina. Dunque un uomo diviso fra la Kirghisia e l’establishment. Pasternak scrisse ciò che voleva, e morì in miseria; Charms infranse il realismo socialista, e fu internato in manicomio; Erofeev raccontò nel ’69 aspetti poco edificanti della vita sovietica e fu pubblicato nell’88, dopo una vita da barbone. Forse Aitmatov ha creduto d’essere utile al popolo kirghiso da dentro il sistema anziché da fuori, il che gli ha richiesto un coraggio diverso, coraggiosi compromessi e coraggiose omissioni. Non possiamo saperlo, e tantomeno giudicarlo. Possiamo giudicare il romanzo.

Melodia della terra è una favola. Una bellissima favola che eufemizza sia l’oppressione interna alle società tradizionali che la ferocia dei sovietici.

Questa favola funziona. Non so se aveva ragione Aragon a definirla “la più bella storia d’amore al mondo”. Dieci anni prima di Aitmatov un giovane scrittore, francese come Aragon, aveva scritto quella che per me è la storia d’amore più poetica e tragica del Novecento: La schiuma dei giorni di Boris Vian. Melodia della terra non ne ha la forza tragica: corre anzi incontro a un finale d’incerto ottimismo. Ma è bella di una bellezza diversa.

L’amore di Danijar e Giamilja nasce proprio come una melodia della terra. Sorge dal canto di Danijar che cavalca lungo le terre del Kurkureu, sorge dal suo essere e incontra l’essere di Giamilja. I due innamorati non fanno quasi nulla. I segni che si scambiano sono piccolissimi, di un pudore che fa tremare le vene della terra. Seguono i rituali lenti della cultura antica proprio come il Kurkureu segue il suo corso, eppure scardinano la cultura antica. Quest’amore silenzioso, coi suoi segni appena percettibili, agisce come un detonatore da dentro la cultura antica. Alla fine è un mondo intero che finisce, come se tutta la Kirghisia fosse un enorme Giardino dei ciliegi.

Le pagine più potenti del libro, oltre alle ultime dedicate ai due innamorati, sono quelle dedicate alla natura. Non la natura problematica di Pasternak, ma la natura e basta.

Bella e terribile è la notte nelle terre d’inondazione del Kurkureu. Qua e là, i cavalli impastoiati formano macchie nere sulla prateria. Si sono pasciuti a sazietà sull’erba umida di rugiada e ora, sbuffando di tanto in tanto, s’assopiscono leggermente. E appena accanto, curvando un piccolo e molle salice duramente frustato, accorrendo sulla riva, il Kurkureu rotola sordamente pietre. Il fiume senza sosta riempie la notte d’un frastuono frenetico e cupo. Era una corsa angosciosa, terrificante. (p. 42)

Da un lato, sopra la strada, s’ergevano su di noi a strapiombo rocce buie coperte di rose canine; e dall’altro, lontano, in basso, nei boschi cedui di salici e di piccoli pioppi selvatici, l’instancabile Kurkureu perpetuava il suo rumore di risacca. A volte, chissà dove alle nostre spalle, con un rombo saettante, dei treni attraversavano il ponte e, allontanandosi, si portavano dietro lungamente il linguaggio ritmato delle ruote. (pp. 62-63, dove l’ultima frase congiunge poeticamente la natura con la modernità del treno)

L’allontanamento dalla pur rimpianta cultura tradizionale è per Aitmatov un fatto positivo, e il giovane narratore non si chiede se Giamilja e Danijar siano ancora vivi. Nessuna ombra grava sul finale, solo un fremito leggero d’inquietudine. Sul piano ideologico, l’ottimismo di Aitmatov era obbligatorio: i due eroi ora appartengono a tutta la Russia e non solo alla Kirghisia. Ma quello che a noi importa è che l’impasto di nostalgia e ottimismo funzioni sul piano poetico. E per fortuna funziona.

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