Eliza Macadan, “In ginocchio fino all’arcobaleno”

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Cara Eliza,

ho appena finito di leggere il tuo In ginocchio fino all’arcobaleno (Passigli, 2020).

L’attacco della prima sezione, Il viso del cuore, è tipico tuo: “l’architettura del paradiso / rimane in progetto / quanto ci piacciono le lacrime”. Dopodiché inizia un’opera che non mi aspettavo, apocalittica, ironica, visionaria. Tutto avviene sullo sfondo di una catastrofe ambientale e umana. Nulla è rimasto integro, tranne l’amore, un amore però incupito, declinato come una meditativa e combattiva sensualità:

l’amore apocalittico si fa
in tempi di guerra
in inverni gelati
affamati con tutte le paure addosso
si entra nell’altro come nel più
sicuro dei luoghi
non ti puoi strappare
fa freddo già la paura è tanta

La prima sezione è come uno Zamalek cupo. Prevalgono le figure del buio (“l’ala di un retro pensiero / agita il buio del mio caffè”), gli scenari descritti sono accumuli di oggetti fuori posto che ricordano i quadri di Savinio, la desolazione è tanta (“mentre muoio vivo la vita”), la musicalità dei versi ha qualcosa della filastrocca. Ci sono poesie d’amore purissime, ma perlopiù tu componi ballate della disfatta. Perfino le nuvole sono “arrabbiate”. L’immagine ritornante del violino fa pensare ai quadri di Chagall, ma anche alla Shoah. L’identità è incerta in questo paesaggio postumano (“non puoi ricostruire / la tua via in una città / che sprofonda”): pencola tra la difficoltà di comunicare e la totale incomunicabilità (“peggio delle parole è solo / il silenzio”) e il tempo la mina perché nel suo passare tutto sfiorisce e perde di fascino. Perfino Dio ha perso la sua maestà (“tre sta solo per consolazione / per non dire che anche Dio è solo”) e non si può far altro che vivere in un eterno presente:

facciamocelo bastare qui l’infinito
su questo letto cieco
una goccia della flebo nel sangue
un granello di sabbia nel deserto

Poi arriva la seconda sezione, Sonno nell’orologio, in cui viene fuori la tua corda più civile. Tu parli del mondo che verrà come se fosse già presente, come se la catastrofe ambientale e umana fosse già un fatto compiuto -e forse hai ragione. Presenti un’attualità surrealizzata, devastata dal deserto e dalla morte e dove il legame fra le generazioni è stato spezzato, in obbedienza alla legge dell’eterno presente (“dal cortile che conosco non esce / più la nipote col nonno / non so quale dei due sia / morto nel frattempo / quale dei due fra loro fra noi”). La critica alla società contemporanea atomizzata dall’iperindividualismo, minacciata dalla corsa dell’odio, si fa serrata:

a parigi sparano in fronte
i protestatari cina russia e stati
uniti si contengono il polo nord
sulla calotta aspettano pronti per prendere
un posto comodo sul letto
di procuste del mondo
un posto per guardare come
si sprofonda insieme all’odio

Si sviluppa una dicotomia tra ritmo e verso che viene portata all’estremo nella sezione conclusiva, Tristezza felice, che reca un sottotitolo di un’ironia stridente: Io salmo, tu salmi. Questa sezione è la meno cupa del libro, ma è attraversata da un’ironia corrosiva e definitiva. La catastrofe non è più presente, ma è addirittura passata, è già avvenuta: “popoli acquatici / rincorrono / un diluvio / post umano”; “scivolo scivola questa nuvola / e tira giù tutto il cielo”. Se nella prima sezione ti definivi “una postcenerentola”, qui diventi “una principessa dadaista” che lancia immagini sconnesse, come scelte a caso tirando i dadi. La poesia non offre più nessun appiglio, “tutta la poesia / le sembrava una gentile / puttana” e il tempo è diventato un’immobilità pachidermica, una mastodontica modalità post-factum: “entreremo dritti nell’inverno / planetario con sogni / pronti a scongelare / tra un’era”. Dio, che prima era solo e stanco, qui appare ridicolo, un Dio parodizzato da una fantasia immersa nella serenità paradossale delle visioni estreme dei matti:

rocca grotta liberatore
mio rifugio scudo salvezza
fortezza contro nemici sopra
la morte torrenti spaventi
spiazzati dai gridi che alzo
a Te si scuote la terra
trema e crolla e fumo ne esce
dai carboni accesi la lingua
di fuoco
abbassa il cielo un po’ e
discendi
la nube tappeto sotto
i piedi

Ecco perché ti dicevo che questo libro mi sembra il tuo addio alla poesia: perché più in là di così non si può andare, la poesia non ha più niente da offrire, non può proporre più non dico soluzioni, ma nemmeno problemi perché la realtà ha già superato se stessa. È, la tua, una poesia che non si offre più all’interpretazione perché ha già dato un’interpretazione definitiva del reale, di un reale così impoetico che non se ne può più dire.

È un’opera che lascia poco spazio a chi legge, così definitiva com’è. È come se tu dicessi “Questa è la mia ultima parola, e non mi importa niente della vostra”.

A presto,

G.

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