Eliza Macadan, lacrime senza santi

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Nella sua raccolta Pianti piano (Passigli, 2019, con una nota di Amedeo Anelli) Eliza Macadan scrive di lacrime. Uno dei primi libri di Cioran si intitolava Lacrime e santi. Qui però non ci sono santi. C’è Dio, ma è un interlocutore attendibile quanto lo specchio davanti a cui si parla a se stessi. Più che di Dio, la poetessa si preoccupa dell’eternità. Ma cosa vi vede? La Storia è una grossa fregatura: “non abbiamo più storia / si è sfasciata tutta mentre / guardavamo al futuro”. I versi tratteggiano paesaggi devastati da qualche catastrofe a malapena visibile, macerie di una guerra di cui pochi si sono accorti. Eliza guarda verso l’eternità e vede un deserto. Ne scaturisce un’angoscia inconsolabile, ma lucidamente consapevole.

Dei libri in lingua italiana di Eliza Macadan, questo è il più slavo. Slavo perché il contatto col dolore è così diretto da riuscire esaltante, e slavo perché certi accenti -mix di surreale ironia e potenza tragica- ricordano Chlebnikov. Slavo soprattutto perché, per quanto piccola, quella di Eliza è un’epica: è la sua versione di un destino che le scrive dentro, ma che appartiene a molti. Un destino di solitudine. Quasi ogni verso eleva il canto della solitudine collettiva di fronte al dolore del tempo perduto. Un senso di spreco -spreco di sogni, di giovinezze, di energie- aleggia sulle prime tre sezioni della raccolta. Già i titoli sono evocativi: Il nickel dell’attesa, L’ombra espulsa, Occhiospecchio. L’unica consolazione è l’amore: l’amore che è compassione, condivisione, fragile riparo dal male e dal decadimento. Per l’amore Eliza trova accenti purissimi. Tutto il resto è scialbo ed è descritto con parole scialbe. Ci sono notevolissime variazioni di tono e umore, ma il mondo, agli occhi di Eliza, resta scialbo.

È, la sua, una poesia che trasmette un senso di immediatezza umana. Anche se Eliza non parla di sé, non nasconde la sua presenza di donna, con la sua vita reale e le sue angosce. Una donna romena nata nel 1967, cresciuta dentro il sogno ad occhi aperti del comunismo e arrivata disincantata ai nostri anni smorti. La sua scrittura ha un tono fraterno: Eliza “è dei nostri”, pur essendo riservata e distaccata. Lo sguardo che le sue poesie gettano sul mondo è lo stesso che ha lei in certe foto: misterioso, ironico, un po’ obliquo, accompagnato da un sorriso triste.

L’ultima sezione, Lettere di fretta, ha un tono diverso. Se le prime tre sono rassegnate, questa è attiva. Se le prime hanno colori spenti, questa ha colori incendiari. Il fatto è che la “coda” del libro riprende la splendida plaquette Zamalek – solo andata, canto rabbioso e ironico di un amore impossibile e lontano, irto di invenzioni fantastiche. Eliza riversa la meravigliosa plaquette in un nuovo contesto, e ne viene fuori un’immagine strana, come se lei stessa cercasse di smorzarne i toni, di rabbonire questa sua creatura così accesa. Ma Zamalek, a distanza di un anno e trasbordato qui, resiste. Quindi, anche se l’ultima sezione fa corpo a sé, il peccato risulta veniale e la vitalità del libro fa premio sull’incongruenza. Dobbiamo solo sperare che questo curioso gemellaggio sia d’aiuto a qualche lettore distratto per riscoprire, insieme a questo libro, anche Zamalek.

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