La durezza e la pietà: “Ovunque, proteggici” di Elisa Ruotolo

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Leggendo Ovunque, proteggici mi è venuta in mente una quantità di riferimenti non solo letterari: a Cent’anni di solitudine di Garcia Marquez per la parte “archeologica” del libro, con la storia della famiglia Girosa; a C’era una volta in America di Sergio Leone e a Chiamalo sonno di Henry Roth per la parte ambientata nella “Mèrica”; a Nuovo cinema Paradiso per le scene al cinematografo. Ma in verità questo libro, pur se intriso di rimandi ad altri testi, vive di una vita tutta sua. I Girosa non hanno un albero genealogico intricato come i Buendìa di Marquez: le loro sono storie di famiglia tramandate e deformate dalla memoria popolare, amplificatesi tra i corridoi infernali e il labirinto di stanze dell’immensa Villa Girosa. Solo che questa memoria “popolare” è un’invenzione dell’autrice, che ne ha creato anche il linguaggio. Il termine malavena, che denota le ragazze abbandonate, sembra un vocabolo antichissimo, e invece è un’invenzione della Ruotolo, che è riuscita nel miracolo di far sembrare le proprie visioni identiche ai racconti della sua terra. Sarebbe stato più facile attingere a un linguaggio e a un immaginario condivisi. Tutt’altra storia è inventarli. Ma la sfida è vinta, e l’autrice si inscrive già per questo nell’elenco delle grandi autrici della lingua italiana. C’è però dell’altro.

Leggendo ho pensato anche a due libri di Ernesto de Martino, La terra de rimorso e Sud e magia, per il paganesimo tellurico del libro e per la presenza della vergogna come sentimento caratteristico di un’intera comunità. Forse, però, ho pensato a de Martino soprattutto per la sua lingua, immaginifica e al tempo stesso esatta. Elisa Ruotolo ha inventato un impasto linguistico petroso, crudo eppure opulento, insieme popolaresco e colto, carnale, caravaggesco: un linguaggio che strania il lettore, che lo distrae apparentemente dall’intreccio, e che in realtà serve a creare la magia. Difatti l’invenzione lessicale si fa più rada nella seconda parte del libro, quella che contiene un clamoroso colpo di scena, quella in cui la materia narrativa richiede al lettore un’adesione più immediata. Qui il furore linguistico si ritrae per lasciare maggiore spazio ai fatti.

Le pagine conclusive sono ancora diverse: sono disincantate e nude, come se tutta la magia fosse finita e l’epica si fosse tradotta in quotidianità; come se tutto ciò che è stato detto fosse un sogno. Quelle pagine sono un risveglio, spoglio e triste pur nell’apparente ottimismo di una riconciliazione tra padre e figlia.

Per tre quarti del libro, i Girosa sembrano raccontati dall’interno di una caverna, o di una fornace. Da una solitudine sconfinata. I loro volti affiorano come da vecchissime fotografie, dagherrotipi e stampe primordiali. Sembrano coperti dalla fuliggine del tempo. Le loro vite dolorose e sterili, i bambini mal nati nascosti lungo i corridoi della villa, tutto questo è parte di un dolore intemporale. Anche Lorenzo Girosa, come la protagonista di Quel luogo a me proibito, potrebbe dire “Tutto è cominciato prima di me”. Anche qui troviamo un cane maltrattato da un padre e una famiglia senz’amore come nell’ultimo romanzo. Sono temi che ricorrono nella narrativa della Ruotolo, che è una narrativa di fantasmi. Ma di fantasmi tradotti in una scrittura potente. Da quello che possiamo intuire come un grande dolore individuale si è levato il canto, duro eppure pietoso, della sofferenza e dello sradicamento universali, di tutte le vite incompiute, dell’inutilità e della meraviglia di questo stare al mondo.

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