Limonov

Rubare l’anima: è questo che ha fatto Carrère. Limonov non è una biografia: è un corpo a corpo, un confronto fra il protagonista e il suo biografo, in cui entrambi perdono pezzi di se stessi. Eduard Limonov è esistito davvero: è stato il leader del partito nazionalbolscevico, il partito di coloro che in Russia si oppongono a Putin perché rimpiangono Stalin, che rivogliono il loro sogno tutto intero e non solo da epigoni -come Putin promette. Questi sostenitori della dittatura si son trovati, per beffa della storia, dalla parte dei difensori dei diritti umani. Ma non sono difensori dei diritti umani: sono stati gli obbrobri dei governi Gorbacev, Eltsin e Putin a farli passare dalla parte della ragione, quando in realtà avevano torto marcio. Eduard Limonov è stato molte altre cose: uno scrittore potente, che scriveva romanzi autobiografici basati su un sentire patologico e su un narcisismo fuori controllo; un piccolo delinquente, figlio di un cekista (vale a dire di una spia del KGB) e cresciuto col coltello in tasca fra sbronze e stupri; un emigrato disadattato in America e in Francia; un pazzo ch’è partito volontario ad aiutare i serbi (gli ultranazionalisti serbi di Arkan, di Mladic, di Milosevic per intenderci) ritenendo suo dovere combattere nella “guerra giusta” contro “un gruppo di intellettuali musulmani che vuole islamizzare” il mondo slavo; un sedicente amico di Le Pen e di molti leader neofascisti. Come molti neofascisti finì per simpatizzare coll’Islam dopo averlo combattuto fra le montagne serbe.

Carrère ripercorre questa storia confrontandola costantemente con la propria storia, perché ha conosciuto Limonov a Parigi, quando Limonov era solo un giovane scrittore promettente e scandaloso; lo ha ammirato, è stato spinto fuori dalla sua vita regolare e francese proprio dalla lettura dei libri di Limonov; e poi ha scoperto che il suo eroe era diventato un neofascista e un criminale di guerra. È allora che ha deciso di ripercorrerne l’itinerario, giocando a carte scoperte fino alla fine, accettando la sfida che uno come Limonov lancia ai nostri valori. Il risultato è stupefacente: un ritratto che cattura la non-anima della nuova Russia nella sua essenza e destino. Carrère gioca a carte così scoperte che quasi s’identifica con Limonov: non nasconde nessuna delle proprie debolezze, delle incertezze su “da che parte stare”; non nasconde la crisi di valori che il confronto con Limonov gli provoca; non nasconde le sue difficoltà di scrittore alle prese con una storia come questa, i dubbi che gli si presentano mano a mano che scrive il romanzo; non nasconde nemmeno che è tutta la realtà dell’Est a mettere in crisi il nostro modo di vedere. Cosa è stato meglio fra il comunismo e il postcomunismo? Perché i Paesi del Patto di Varsavia hanno perso l’anima quando hanno perduto la prigionia? Da che parte stava la giustizia quando Ceaucescu e sua moglie vennero ammazzati in modo barbaro, dopo un processo sommario in cui si tenevano per mano per farsi forza, come una vecchia coppia innamorata? La discesa agli inferi sfonda ogni argine: non m’importa che la tua anima è un inferno, sembra dire Carrère a Limonov; voglio che la tua anima sia mia. E alla fine Carrère la possiede, quell’anima, riesce ad aderire mesmericamente a Limonov, a catturarne le motivazioni riposte, a catturare perfino il modo in cui gli piacerebbe morire. Ma è anche posseduto da lui. È ovvio. Non si può instaurare un corpo a corpo con uno come Limonov senza perdere pezzi di se stessi. Esiste un limite anche al relativismo etico, e Carrère lo supera di gran lunga: nessuna giustificazione esiste per chi è stato amico di Arkan; nessun “coraggio delle proprie idee”, nessuna “coerenza con se stessi” possono attenuare quel crimine. Il confronto fra protagonista e autore è la forza del romanzo; ma a volte l’autore dimentica che in questo corpo a corpo è lui il perdente, che sarà lui nel confronto a perdere la propria anima -anche se avrà posseduto quella di Limonov. La personalità di Limonov è troppo ingombrante perché Carrère possa resistervi e restare lucido fino alla fine-anche se ci prova.

In fondo, questo romanzo può esser letto come un’appendice alla Reise in Russland di Roth. Aveva visto tutto, Joseph Roth, nel 1927. Rileggiamo la Reise, la sua scioccante introduzione: “Signori, questa sera mi sforzerò di dimostrarvi che la borghesia è immortale. La più crudele di tutte le rivoluzioni, quella bolscevica, non è stata in grado di annientarla. E non basta: questa crudele rivoluzione bolscevica ha creato il proprio borghese. […]

È il gruppo degli uomini della Nep, della nuova borghesia. La rivoluzione stessa li ha generati. Della rivoluzione non hanno paura. […] Se volete farvi un’idea del nuovo borghese russo, dovete pensare, più o meno, ai nostri profittatori del periodo dell’inflazione. Ma a un profittatore in formato russo. E’ una specie di pirata di terraferma, un fuorilegge, un uomo senza diritti. Ma dei diritti non sa proprio che farsene. In questo Stato, che odia e che combatte, egli rinuncia ad essere legittimato. Fra lui e lo Stato è guerra incessante. Il nuovo borghese rasenta spesso la prigione -e in prigione è già stato più volte.” Cosa c’insegna, oggi, la Reise? Innanzitutto che lo spirito borghese è immortale, perché l’essere umano vi tende naturalmente, preserva in sé il borghese ad ogni costo; poi che una borghesia che dorme può anche essere odiosa, ma è meglio di una borghesia risvegliata in piena notte da un Lenin che la espropria dei suoi beni: perché a quel punto, per sopravvivere, essa tenta il tutto per tutto e tira fuori il lato di sé che normalmente nasconde -la criminalità pura. Vi sembra un’affermazione estremistica, da sinistra radicale? Non è così. I libri di Roberto Saviano e la lettera dal carcere della dissidente russa Nadia Tolkonnikova -la leader delle Pussy Riot– al filosofo Žižek hanno rivelato chiaramente che mafie e regimi non sono patologie del sistema, e tantomeno mele marce del sistema: sono sue parti integranti. Sono le condizioni necessarie e sufficienti affinché tutto si preservi qual è. L’equazione deve tornare, e la giustizia e la pace in un luogo, nel computo della ferocia umana, hanno per prezzo la dittatura e il massacro in un altro -o nelle suburre del nostro stesso mondo “giusto”. Gli avventurieri alla Limonov, alla Lilin, sono angeli caduti dalle crociate di Lenin: non hanno nulla di comunista perché il loro individualismo li rende antropologicamente fascisti, ma hanno mangiato le ceneri della dittatura per ingrassarne. È questa la ragione del fascino ch’essi hanno su di noi: sono i nostri convitati di pietra, statue viventi del nostro rimorso.

Del romanzo di Carrère, resta da dire che il furto d’anima riesce perché anche Carrère è scrittore egotista; ma, avendo personalità più debole, è capace di succhiare l’anima altrui: e difatti più volte adotta il punto di vista e perfino il linguaggio di Limonov.

Dieci e lode dunque questo romanzo, malgrado alcuni aspetti che mi turbano. Devo essere all’antica, perché mi sembra che i contemporanei scrivano troppo. L’umorismo nero e lo scrivere generoso, un certo indugio sul sesso e sulla merda, la parolaccia a effetto all’americana li accomunano tutti. Non riesco a capire, di Carrère -e non credo dipenda dalla traduzione- la particolarità del suo lavoro sulla parola, del suo giro di frase, dove sia, in nome di Dio, la sua personalità di scrittore. Io vedo una “prosa che si beve”, una prosa accattivante ma senza autorevolezza -d’altronde per rubar l’anima altrui bisogna per forza entrarvi nel modo più anonimo. Ma questi romanzi contemporanei mi sembrano tutti verbosi: rastrellerei le loro pagine togliendo metà delle parole. Auspico una generazione che si eserciti a lungo nell’aforisma.

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