Metamorfosi

(a Chiara)

Il mio Miles Davis preferito non è in Kind of Blue: è in un album del 1961 intitolato Someday My Prince Will Come. La quinta take, Teo, è un viaggio all’inseguimento del mistero del suono. La tromba di Miles disegna schegge di una melodia primordiale, vagamente spagnoleggiante, ma enigmatica quanto quelle dei Tre pezzi per clarinetto solo di Stravinsky. John Coltrane appare già in ascolto delle origini remote della musica. Il piano di Wynton Kelly si limita a pochi accordi interrogativi. Un Bill Evans, qui, avrebbe rovinato tutto con la sua inventiva melodica, con le sue atmosfere. Kelly si limita a lasciar esistere questo dialogo tra i due giganti, aggiungendo solo pochi tocchi sbigottiti. La sezione ritmica è un invito al viaggio, un impulso a procedere. È un viaggio verso il suono, ma non tormentato come quelli che farà in seguito Coltrane: è un’alba della musica, resa possibile da una felice sospensione del giudizio, da un atteggiamento accogliente di puro ascolto, di puro infantile desiderio di contatto con la cosa misteriosa…

Un giorno, era l’inizio di settembre, andavo sul lungomare in macchina. Avevo questa musica sparata a volume alto. Mi piace guidare, ma quel giorno cercavo un posticino da cui guardare il mare, fumare la pipa e ascoltare quella musica. Lo trovai lontano, e fu tutto scomodo. C’era troppo vento per accendere la pipa, col finestrino aperto la musica non si sentiva, c’erano troppe macchine per vedere il mare. Era uno strano paesaggio, privo di figure umane ma pieno di macchine, un paesaggio selvaggio come certi paesaggi del Portogallo, palme sabbia al vento mare erba incolta, e poi le macchine. Avevo sbagliato a cercare quel posto e quella situazione. Non bisognava immergersi in quella musica, ma assaporarla, lambirla, accostarla, sognare di ascoltarla nella situazione perfetta senza trovarcisi.

Il jazz è continua trasformazione. Come le fotografie della mia amica Chiara Romanini, che sono sempre molto simili, ma mai uguali, e poco alla volta si trasformano. “In che direzione si muove la mia fotografia?” mi aveva chiesto pochi giorni prima. Non saprei. Verso la metamorfosi, avevo risposto.

Anche i pensieri vanno e vengono, sono un continuo movimento. E’ un errore ritenere che tutti i pensieri significhino qualcosa, che appaiano sempre per una ragione. La teoria di Freud, secondo cui noi produciamo significati anche quando facciamo lapsus, anche quando sogniamo, è stata confutata dai neurologi. Il pensiero è un’attività organica del cervello, molti pensieri sorgono e tramontano e non sono tutti importanti. Anche il sogno, forse, non è il linguaggio simbolico dell’inconscio come credevamo: i polpi, quando sono immobili e cambiano colore, sognano. Hanno un inconscio, i polpi? Forse dobbiamo arrenderci alla realtà: che il mondo umano non è poi così speciale. Anche gli antichi credevano di ricavare aruspici dai sogni, era un diluvio di interpretazioni, manzie, parenti morti, Lari e Penati che si presentavano in sogno… E di tutto questo non è rimasto nulla. Che cosa c’è nel sogno? L’attività casuale dei nostri neuroni. Triste, ma forse vero, com’è vero che Dio non esiste e che non ci sarà nulla dopo la morte.

Penso che non ho mai scritto una lettera d’amore. Con Giusi siamo andati subito a vivere insieme, per cui ce ne è mancata l’occasione. La più bella lettera d’amore l’ha scritta Anais Nin a Henry Miller e dice così:

Cose che ho dimenticato di dirti: il quena è uno strumento simile a un flauto usato dagli indios sudamericani. È fatto di ossa umane. Deve la sua origine all’adorazione che un indio nutriva per l’amata, e quando lei morì egli costruì un flauto con le sue ossa. Ha un suono più penetrante dei soliti flauti.

Che ti amo, e che quando mi sveglio al mattino uso la mia intelligenza per scoprire altri modi di apprezzarti.

Che quando torna June lei ti amerà di più perché io ti ho amato. Sono nuovi lauri sulla tua già coronatissima testa.

Che ti amo.

Che ti amo.

Che ti amo.

Sono diventata un’idiota proprio come Gertrude Stein. È questo che l’amore combina alle donne intelligenti. Non sono più capace neanche di scrivere lettere.

Credo che “quando mi sveglio al mattino uso la mia intelligenza per scoprire altri modi di apprezzarti” sia la cosa più bella che si possa dire e che ci si possa sentir dire.

Non ho mai scritto lettere d’amore, e il mio modo di scrivere è cambiato moltissimo nel tempo. Voi, per esempio, scrivete a mano? Vorrei chiederlo ai miei amici poeti. Scrivete direttamente al PC? Io preferisco la scrittura a macchina perché mi fa sentire più libero di dire quello che mi pare, perché è veloce e la velocità tiene nella tana i pensieri intrusivi. Il perfezionismo eccessivo, le ossessioni, tutto è tenuto a bada dalla velocità di scrittura. E poi la parola in carattere tipografico è più astratta, meno “sporca” di me, e riesco a vederla più obiettivamente, il messaggio arriva o non arriva. Anche scrivere è una specie di jazz. E’ un equilibrio precario. Sapete quegli artisti giapponesi che devono eseguire un intero disegno in un unico tratto, senza staccare il pennello dal foglio? (Anche la fotografia di Chiara è un’arte precaria: basta che entri in scena la sua gatta e la foto è bella che andata. Per fortuna, con le macchine digitali non si sprecano pose.) Però mi sono accorto, negli anni, prima che le stesse frasi non funzionavano nello stesso modo se lette da una pagina manoscritta o da un foglio stampato -e che sullo schermo del PC funzionano ancora diversamente- e poi che le cose che scrivevo a mano non funzionavano più: che le diverse tecniche di scrittura corrispondono a diversi modi di pensare e sentire ciò che si scrive. Sembra proprio come diceva McLuhan: “Il medium è il messaggio”.

Ho imparato tardi ad apprezzare il jazz. Da ragazzino ero un purista della musica classica, ogni sinfonia di Beethoven sembrava dirmi “Non avrai altro dio al di fuori di me”. Anche la fotografia non è la mia passione, anzi non ho nemmeno sensibilità visiva, ma quella di Chiara è così potente! Ho sempre più sabbia nei capelli. La pipa si è spenta per la trecentesima volta. Teo è finita, siamo alla take successiva. È finito anche il tempo libero. Bisogna rimettere in moto.

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