Doris Emilia Bragagnini, “Oltreverso”

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Oltreverso – il latte sulla porta (Zonacontemporanea, 2011) rappresenta, più che l’esordio, l’irruzione della voce di Doris Emilia Bragagnini, che nelle cinque sezioni della raccolta (d’assonanza, il mentre, tenera e molesta, di frazioni, al click) offre una rappresentazione icastica, impetuosa, ma anche formalmente riuscita della condizione umana del poeta: di quella diversità desolata e inappagata che vive per degli istanti immensi, illuminazioni che sono le sue ragioni di vita in una vita che altrimenti è angoscia:

e io bevevo palpiti
stagioni di germogli
lampare modulanti e
fiotti di veleno

per riprodurti immenso
maestrale del mio volo
sussurro da ingoiare

(un divenire muto)

Il poeta non è mai pago perché la sua opera si adempie solo negli altri: in lui, tutto è sete d’altro. Egli sta, ma solo per essere oltre. Questa lacerazione è visibile in questa poesia in una quantità di sfaccettature. È come se Doris riuscisse a realizzare il pieno coinvolgimento nell’esperienza e insieme l’osservazione distaccata dell’esperienza stessa: come negli incidenti stradali, quando sembra di osservare dall’esterno quello che non solo ci sta accadendo, ma ci ferisce:

allora arresto il tempo
allo schiocco del ricordo
inceppo i sensi all’angolo
e mi sorveglio assente

L’io poetico è capace di un’estrema lucidità nell’abbandono:

Permeabile magnolia mi ferisci amore mio
banderilla d’occasione tu m’incroci sul tuo passo
batti il ritmo della furia
mi rincorri a rotta incerta ben sicuro del tuo centro

L’istante immenso può essere quello dell’eros: e Doris ci rivela, con estatica crudezza, che l’orgasmo è una morte, che l’esperienza dell’amplesso è un’esperienza di annientamento dell’amante da parte dell’amato:

Voglio toccare il fondo di valigie controluce
sapere che all’aperto si spiegano teloni
per il film del nostro ieri
prima fila e denti bianchi

smerigliati dal sapere carne figlia di enne enne
il delirio di un amore che sparpaglia
questi sensi disparati, dove affondi mentre godi
e io muoio sul

THE END

Oppure può essere una rivelazione che coglie il poeta sul suo stesso essere poeta. L’io di Oltreverso ci mostra con intensità e lucidità sia il suo corpo in preda agli spasmi d’amore, sia il rapporto con la sua arte, in un gioco a carte scoperte -e a nervi scoperti- con un lettore chiamato a stare allo stesso livello di sincerità:

così pretendo al tempo
un attimo di resa, lo stormire
immoto, di un battito di ciglia
gustare la secchezza dell’abbaglio
e il morire poi d’improvvisa piena

Contraddizioni e lacerazioni, verlainiani languori, potentissimi “spari” verbali, tutto questo forma la materia incandescente che l’autrice tiene sotto controllo senza mai rinunciare alla più disarmante sincerità. È un guardarsi allo specchio con la totale innocenza e il totale distacco dell’animale, convinto di vedere non se stesso, ma un altro animale, estraneo e persino un po’ minaccioso. Nessuna condizione si presenta in questa poesia senza il suo contrario. Ogni cosa e il suo doppio sono intrecciati come mani d’amanti:

tu mi convinci estrema
rallenti
i miei pensieri

onda tenera
e molesta

Il prezzo da pagare, per esperire questa condizione, è la spersonalizzazione. Anche qui Doris va fino in fondo. Impressiona la precisione con cui descrive stati di estraneità a se stessi. Essere lucidi nell’abbandono è più di una contraddizione: è un ossimoro. Ma è l’ossimoro in cui consiste, in Oltreverso, l’esperienza di essere poeti:

sbarrate a occhi aperti
rovistano sanzioni
tristezze mai sopite
bagagli sparpagliati
in stanze impersonali

La poesia esprime tutta la gamma del coinvolgimento e dell’estraniazione. Il poeta ha nostalgia della vita, è qualcuno che ricorda ricordi non vissuti. È, rilkianamente, una creatura sospesa fra due mondi che non appartiene né all’uno né all’altro:

come mani senza dita
le mie parole prensili
addette alla banchina della vita
e occhi per guardare quanto passa e resta
farne ricordo di quanto non è stato

Nella sua brama di superamento il poeta cerca di superare anche la poesia, di esplodere al di là delle parole per riallacciarsi al suono e al silenzio. Doris lo fa con parole corsivate, trattini, versi e frammenti di verso proiettati graficamente fuori dal corpo della poesia. Nell’ultimo componimento troviamo anche una parola sillabata, scomposta nei suoi suoni elementari («s e g n a l e t i c o») con una dilatazione appena percettibile e che però fa rallentare il respiro -come in musica un rallentando sull’ultima battuta. Accorgimenti grafici efficaci ma per nulla esibiti, segno dell’esattezza con cui il poeta sente la parola:

Ora servo una cortina
si studiano le mosse, se si brucia è d’immenso
si contano le pecore, si ammaliano gli agnelli
solo -si osa- abbassare lo sguardo
così, come un grilletto

E se in alcuni punti sono riconoscibili echi di altri poeti -specie di Emily Dickinson- essi non si presentano come “influenze” o momenti in cui una voce acerba si appoggia a un’altra più compiuta. Si tratta invece di affioramenti della memoria, di presenze nella casa poetica che Doris ha scelto di abitare. In Oltreverso poetica e poesia aderiscono perfettamente l’una all’altra. Non c’è sconnessura tra intenzione ed esecuzione. Dunque non siamo in presenza di “una raccolta poetica d’esordio”, ma dell’ingresso di una nuova voce, con la sua vera e matura poesia.

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