Katherine Kressmann Taylor, “Destinatario sconosciuto”

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Non so nulla di Katherine Kressmann Taylor. Nulla, tranne che ha scritto il più sconvolgente racconto in presa diretta di come un uomo diventa un nazista. In presa diretta perché Destinatario sconosciuto è del 1939. Pubblicato nel 1939: dunque scritto, si suppone, nel 1938. Ma un anno di differenza cosa fa? È difficile credere che un’opera del genere sia contemporanea ai fatti che narra. Solo Charlie Chaplin è riuscito a raccontare il nazismo con altrettanta efficacia da contemporaneo: il suo Grande dittatore è del 1940. Ma, se Il grande dittatore è un’opera corale, in cui il nazismo appare indagato come fenomeno sociale e di massa, e se allo spettatore d’oggi può suscitare imbarazzo il riso chapliniano sui crimini delle SS -lo stesso Chaplin dichiarò più tardi che, se avesse conosciuto la realtà dei Lager, non avrebbe mai girato quel film- il piccolo romanzo di Katherine Kressmann Taylor si sofferma sulla dimensione individuale, “privata” del nazismo, costruendo un archetipo nazista valido a tutt’oggi. E non c’è nulla, in queste poche pagine, che risulti datato o non condivisibile.

Destinatario sconosciuto è un romanzo epistolare lungo quanto una novella. Se lo chiamiamo romanzo, è perché nel suo breve tragitto mostra tutti i crismi del romanzo epistolare, e perché la conclusione della storia vira verso un colpo di scena davvero romanzesco. Ma il suo humus non è quello delle arti mimetiche, che condividono con la realtà la struttura relativistica e non teleologica: è invece quello delle arti simboliche, come la poesia epica e il teatro, che trasfigurano un personaggio in un archetipo. Si può dire: Otello, o della gelosia; Eurialo e Niso, o dell’amicizia; ma non si può dire Franz Tunda o della fuga, lo Svedese Levov o del sogno americano, perché la definizione non calza, il personaggio sguscia e si ribella. Merito storico del romanzo, che sia o no “realistico”, è la scoperta che si può fare letteratura lasciando il mondo alla sua relatività: l’aver trovato una forma del relativo. La poesia e il teatro -e il romanzo antico- tendevano invece all’assoluto: si poteva dire Don Chisciotte, o della pazzia. Infatti nessuna narrazione “realistica” precedente il romanzo ottocentesco ci appare, oggi, abbastanza realistica. Prima del romanzo ottocentesco, non esisteva il modo di rappresentare la realtà rispecchiandone la struttura profonda, il movimento casuale che prende senso solo a posteriori.

Destinatario sconosciuto potremmo definirlo un romanzo storico e psicologico delle dimensioni di una novella e costruito come un’opera teatrale. Difatti è stato portato a teatro, con risultati eccellenti. I personaggi sono solo due, e si scrivono. Sono mercanti in arte, soci in affari: uno tedesco che è rimasto in Germania, l’altro ebreo tedesco, trasferitosi negli Stati Uniti. Poco a poco, l’ebreo tedesco vedrà il suo amico e socio diventare un nazista. Lo scoprirà dapprima dai silenzi, dalle mancate risposte, dal non detto; poi sempre più chiaramente. Proviamo a pensare a quante volte ci è capitata questa esperienza. Quante volte abbiamo scoperto che il nostro amico, compagno di studi, collega o parente è diventato un razzista e un leghista? E non c’erano le premesse. Non ce l’aspettavamo. Ma è successo davanti al nostro naso. La persona che credevamo di conoscere, di cui ci fidavamo e a cui magari volevamo bene, era un’altra persona, non la conoscevamo, rappresentava a nostra insaputa tutto ciò che detestiamo della nostra epoca. Quante volte accade? Di questa scoperta orribile, Katherine Kressmann Taylor offre la rappresentazione per eccellenza.

Costruita più sui silenzi che sulle dichiarazioni, sulle ellissi più che sulle didascalie, l’azione di Destinatario sconosciuto ha la forza di una verità umana archetipica. Ed è sconsolante, tremenda. Il libro è un capolavoro di lucidità storica e di arte del togliere. È un romanzo per sottrazione.

Come ogni anno abbiamo celebrato, il 27 gennaio, la Giornata della Memoria. E abbiamo visto ministri razzisti volare ad Auschwitz. Anch’io ci sono stato, ad Auschwitz. Era il giorno della memoria del 2005, e ci ero andato con l’università. C’erano colleghi di studio ch’erano venuti solo per conquistare ragazze polacche, e che ridevano nei forni crematori. C’era una classe delle scuole medie che faceva la foto nel forno crematorio, con la professoressa che diceva “Fate cheese”. C’erano altri che piangevano nei forni crematori, ma che assentivano alle sconcertanti affermazioni di una guida antisemita. Cosa è accaduto fra quel pianto e quell’assenso? E cosa accade quando oggi ci si commuove davanti a un film sulla Shoah ma si urla “Buttateli a mare!” di fronte alle immagini dei rifugiati? È accaduto, credo, qualcuno ha studiato la storia in modo meccanico e non logico. Perché, prima ancora che di umanità, sembra mancanza di logica quella che spinge a comportamenti così schizofrenici. È un venir meno della ragione prima che della sensibilità. Il razzismo non va confuso con la freddezza emotiva: l’odio razziale è un sentimento, e l’emotività, la reazione di pancia, possono portare sia all’empatia che a una visceralità criminale. Il problema, oggi come ieri, è l’irrazionalismo. Non vedere l’analogia fra un ebreo del 1942 e un siriano d’oggi è come dire che 2+2 fa 8. è un errore logico.

Celebriamo la Giornata della Memoria. Ma votavamo, non molto tempo fa, per chi andava a braccetto coi negatori di Auschwitz. Forse siamo arrivati a un’overdose celebrativa, e dovremmo non celebrare più nulla. Per dieci anni dovremmo sospendere tutte le celebrazioni e raddoppiare le ore di studio della Storia -ma di uno studio critico, non meccanico. Solo così avremo qualche possibilità di tornare persone civili e cittadini. E fra gli strumenti di questo studio critico della Storia, potremmo mettere questo piccolo, ma esattissimo romanzo.

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