Lucetta Frisa, “Cronache di estinzioni”

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Cara Lucetta,

con le tue Cronache di estinzioni hai dimostrato che si può fare della splendida poesia civile senza parlare né di lotte di classe né di lotte di liberazione, senza agganciarsi a nessuno stato eccezionale della storia ma scavando nella cosiddetta normalità. Non sei stata l’unica a farlo, ma è unico, per quanto ne so, il registro che hai scelto: quello della leggerezza e dell’ironia. I tuoi versi sono trasparenti e lievi, eppure feriscono, incidono, turbano. Hai realizzato un poema distopico senza distorcere di una virgola la realtà, ma solo mostrandola. Per di più, questo poema distopico -così essenziale e luminoso che, a confronto, la distopia accennata nella Postfazione riesce greve- non è fatto da qualcuno che cerca di superare i confini della poesia e di espanderla nel cosiddetto mondo concreto, ma è tutto guardato dal punto di vista della poesia, della poesia messa a rischio da un mondo che sta distruggendo se stesso e quindi ciò di cui la poesia si nutre. La società è sotto accusa perché ha rimosso da sé la bellezza, colpa originaria da cui discendono tutte le possibili ingiurie e ingiustizie. Porre l’accento su questo è l’unico vero compito civile che spetta oggi al poeta, e tu l’hai realizzato. Per di più, hai rinnovato il tuo stile con una giovinezza, lasciamelo dire, che incanta. Sembrano davvero versi scritti da una poetessa giovanissima, una poetessa che si accosta appena alla dizione poetica. Come Picasso ha impiegato tutta la vita a disegnare come un bambino, tu sei arrivata a un punto del tuo itinerario in cui scrivi come qualcuno che sta iniziando a scrivere. Sei arrivata all’origine della scrittura, a uno stadio che precede la forma, che presente la forma. Ma questo presentimento della forma è la tua guida nello scrivere. Non si direbbe quasi che in realtà è un post-sentimento della forma, è il punto d’arrivo di un cammino tra i più consapevoli e più tecnicamente agguerriti messi in campo da un poeta vivente. Sei tornata alla giovinezza come una giovane, Lucetta, non come ad una giovinezza di ritorno.

Mi resta da dire che questa è una delle tue opere più compatte, forse la più compatta. Un poema, coeso dall’inizio alla fine, con forse solo un lieve calo di tensione nelle battute finali. Leggerlo adesso, in un momento in cui la strage del Coronavirus ci ha resi improvvisamente consapevoli della nostra estinguibilità, della precarietà della nostra condizione di esseri avanzati, fa pensare a una tua capacità profetica. Ma io diffido sempre di chi vede in un’opera di letteratura una profezia. Semplicemente, tu hai guardato a fondo la realtà e la realtà ha provato che avevi ragione. Siamo tutti vittime dell’epoca, anche coloro che nell’epoca ci sguazzano e che le sono adatti.

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