Tra il femminismo e il blues: Elisa Audino in “Io qui ci vivo”

Nel 2017 mio figlio è stato operato per un tumore al cervello. Un’esperienza di dolore intenso che ha bloccato ogni cosa. È stato fortunato, oggi è sano, sta bene, suona il pianoforte, è un entusiasta con le sue dissonanze e fragilità, come tutti.

E io ho iniziato a scrivere poesie subito dopo. Forse la mia reazione è cambiare forma.

So che c’è chi scrive da tutta la vita. Per me non è stato così. Ho letto per tutta la vita, ho scritto per i giornali, sì, ma, soprattutto la poesia, non avevo mai pensato che potesse appartenermi, come espressione. Credo che questa sorta di modalità aliena un po’ si intraveda da un contrasto e da una certa libertà che mi appartengono.

Si confessa così Elisa Audino nella nota al termine di Io qui ci vivo (Gattomerlino/Superstripes, 2021), raccolta poetica che fin dal titolo mostra l’atteggiamento ribelle dell’autrice, la sua natura di outsider.

Amo una certa poesia americana, da giovanissima Spoon River mi aveva colpita in modo particolare. Sandburg, Hughes, anche negli spirituals e nei blues mi pare ci sia una direzione che mi riguarda. La ripetizione ossessiva e rituale della parola… arriva da lì, dagli spirituals. Cerco in continuazione in ogni continente, ora sono molto attratta dalla poesia africana, anche se difficile da reperire, con qualche eccezione per quella scritta in francese.

La poesia di Elisa Audino è un gesto di sfida. È dura, sfrontata, diretta. È sempre dalla parte dei vinti. Il riferimento al blues è importante. Il blues è l’espressione dei vinti, è espressione di un dolore senza possibilità di riscatto. Anche la poesia di Elisa contiene un dolore senza riscatto. Dappertutto pesano l’assenza e la solitudine, ma dappertutto la voce dell’autrice è roca, ironica, combattiva. Non ha la rassegnazione delle voci dei blues. La versificazione non segue nessun tipo di metrica: è dettata da un sentimento di esasperazione che sbriciola la frase costringendola a spezzarsi, che disgrega la parola scomponendola in sillabe o addirittura in singoli fonemi. La ripetizione di versi, parole, espressioni è sì un retaggio del blues, ma ha anche una forza protestatoria autonoma, viscerale: la parola ripetuta assume il carattere di un’invocazione, di un’imprecazione, a volte di un aspro lamento. A chi è rivolta questa rabbiosa invocazione? A un altro che è sempre troppo o troppo poco presente, un Tu che ferisce con la sua inattingibilità o con la sua presenza ossessiva.

“Ma tu rispondi!”, gli grida michelangiolescamente l’autrice. E lo provoca: “Hey, Gringo, / regalale al vento le tue parole, / Il tuo cappello straniero. / Te le renderò appiattite in un libro / O, ancora, in piedi / Su quella strada sgualcita”. Oppure lo caccia: “Tua figlia aspetta che te ne vai. / Tua figlia aspetta che te ne vai”. O gli urla contro: “COSA C’È CHE NON VA / COSA C’È CHE NON VA”.

Una delle poesie si intitola La parola esposta. Non c’è modo migliore di qualificare la parola di Elisa Audino, dove l’esasperazione espressionistica è accentuata da usi grafici che rimandano al valore performativo del dire. È importante, per Elisa, l’aspetto performativo del dire? Lei stessa ci dice di sì: sempre nella nota finale, scrive: “Da un anno e mezzo faccio parte di un piccolo collettivo poetico… insieme ad alcuni cantautori e poeti. Sto imparando a modulare le mie sonorità, a cercare e scartare, non sempre ci riesco nel migliore dei modi, la voce femminile ha incrinature frequenti ed esposte, ma comunicarla ha un valore aggiunto, perché c’è spesso un ritorno, un gesto, una frase che ne attira altre a catena che mi aiutano a capire in che direzione andare”. Perché l’autrice è anche un’attivista femminista.

Una poesia diversa, diretta, di grande valore testimoniale. Una poesia così poco italiana. Così vicina alle espressioni originarie del dire, al canto, al grido, all’imprecazione.

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