Chiara Romanini, “Pelle di fantasma”

È un mondo di fantasmi quello di Chiara Romanini. Un mondo attraversare il quale è ipnotizzante. Il dolore innominabile, senza volto, che le sue visioni calcificano evoca più di un riferimento ai maestri, dai volti velati di Magritte all’accumulo di oggetti morti di Boltansky; da Man Ray alle melodie visive della pittura metafisica. Ma la mia cassetta degli attrezzi è troppo povera di riferimenti di fronte a quest’arte perturbante. Quello che mi ha conquistato -e conquistato proprio come si conquista un innamorato, con finezza ma anche con primordiale istintività- è la coerenza poetica: così granitica che l’immagine sembra non richiedere alcun obiettivo, alcun punto di vista. Sembra che le cose stiano proprio così come l’artista le ritrae. Che l’immagine si sia fatta da sola, sia sorta, si sia conglomerata nei millenni, si sia depositata sulla lastra fotografica. Oggettiva. Con la sua classica bellezza e la sua polverosa sporcizia. Col suo erotismo e il suo profumo di morte. Come una scrittura che si scriva da sé, senza l’ingombro dell’io di uno scrittore. Un miracolo che forse riesce meno laddove è riconoscibile la natura materiale degli oggetti, o quando il dolore e l’eros sono riferibili ad un corpo e un’anima individuali -quelli dell’artista. E che riesce magnifico, invece, quando tutto è sovrapersonale e minerale. Quando il corpo femminile e gli oggetti partecipano dello stesso destino, e il volto invisibile canta il suo dolore senza identità. Allora questa fotografia fa bene come sa far bene l’arte quando affonda nell’orrore dell’umano e ce lo restituisce luminoso, perché tradotto in forma. Le fotografie in bianco e nero di Chiara Romanini non sono degli autoritratti: non ritraggono il corpo dell’artista, ma estraggono dalle sue forme un canto. Canto di un dolore gelido e universale. Tanto più corale quanto più spudoratamente ella mostra -o nasconde- se stessa.

Gli ambienti, i soggetti di queste fotografie sono sempre gli stessi, ripercorsi con ossessiva coerenza. Ma non generano monotonia perché minime variazioni li rinnovano sempre dall’interno. Solo uno sguardo distratto può pensare che siano “ripetizioni” gli eterni ritorni su ossessioni riprese da tutti i lati, lo scandagliare nei minimi particolari un’interiorità spesso tremenda. Quest’arte sembra la messa in opera del principio esposto da Cesare Pavese nel Mestiere di vivere, secondo cui non è la varietà dei soggetti a fare la ricchezza di uno sguardo, ma la capacità di osservare un punto fisso sempre più approfondendolo, sempre più rinnovandolo. I motivi ossessivi dell’arte di Chiara Romanini si presentano come altrettante prime volte. La gamma emotiva va dall’invernale gelo degli scatti più tragici alla soavità di quelli in cui sembra che un lieve giovane vento soffi su un vecchio dolore.

Il rapporto tra le figure -specie tra figure umane e manichini- suggerisce un dialogo, ma un dialogo con un’assenza, fatto di cose indicibili o dicibili solo musicalmente, in un cantosilenzio ricevibile solo da chi sa accogliere un’anima senza mediazioni.

A chi sa accoglierla, l’anima dell’artista rivela una bellezza nativa. Non un dolore che fugge dal mondo, ma un dolore coraggioso che opera nel mondo e lo trasforma. Le creature dotate di bellezza nativa vivono intensamente, hanno relazioni, amori, lavorano, maturano, ma con bellezza. Una bellezza diversa dalla purezza degli emarginati. Nel mondo terribile che abita Chiara Romanini e che ella abita, c’è dell’amore: amore simile a una melodia che sale dai misteriosi dialoghi tra le figure, che si alza a fatica ma si alza; un amore massacrato dal mondo, sempre messo a tacere, che però ogni volta riprende voce.

È tutto questo a fare la sferzante bellezza di quest’arte.

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