Paola Silvia Dolci, “Amiral Bragueton”

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“Tutta la mia vita è lettura” afferma Paola Silvia Dolci in un passo di questo inafferrabile -fin dal titolo- Amiral Bragueton. E si può allo stesso modo affermare che tutto per lei è scrittura, che tutta la vita è destinata a finire sulla pagina scritta e che attraverso questo scrivere Paola riscrive il mondo.

Ne consegue che tutta la vita può essere descritta attraverso le forme della cultura tramandata. Ecco ad esempio un addio:

Ti offro gli occhi socchiusi, ma svegli sotto le palpebre.

Ti dedico Chagall e le acqueforti di Goya

poi mi siedo e piango perché non sono Klee

(ed è così che ti dico addio

me ne vado, smetto).

Le forme della cultura tramandata si mescolano a quelle del presente e della vita in un continuum di rimandi dove è impossibile districarsi come è impossibile districare sogno e veglia, realtà sensoriale e realtà immaginata. Tutto sembra concorrere a un’allucinazione fatta però di frammenti di reale. Se il risultato non ci sembra espressionista è perché l’ironia dell’autrice non smette mai di vigilare. (Lo abbiamo visto già sopra, in quel “me ne vado, smetto” che interrompe la catena delle identificazioni metatestuali.)

In quell’improvvisa esuberanza

di piaceri Else-la-mia-bambina,

a Parigi, sedeva sulle ginocchia di Miller:

magra e con le ossa lunghe, la mia bambina affamata

«gli altri sono scheletri, nullità»

era capace di parlare con l’uccello di suo padre in bocca

«che bisognerà tuttavia amare, vezzeggiare, difendere, animare

come se esistessero»

Un caro delirio, la gola assillante

implacabile della mia –sospiro

l’impaccio dei movimenti compiuti per la prima volta,

il bacio, solo un’idea da attuare

un risultato, da grandi, una vanteria.

E poi iniziavi a volare.

Non dicevi una parola spalancavi gli occhi.

Eri l’urlo sulla ruota panoramica.

La mia puledra e la mia forca,

le parole sperma ed effervescenza

che nella stessa frase sono fantastiche.

Un odore di borotalco, caramelle, e cotone azzurro.

(Cremona, 17 marzo 2010)

Paola indica sempre data e luogo delle sue composizioni: è come un’ancora gettata in quel mare caotico che per lei è il reale vissuto e rivissuto attraverso lettura e scrittura. Questo continuo gioco di specchi e di ironia non le impedisce però di dar vita a dei passaggi di un lirismo purissimo, pur se sfiorato appena:

passeggiare con te era come

acquistare un biglietto per il mondo delle fiabe

E il caos multitudinoso non esclude una visione carica di pietà, di una pietà che ricorda il brulicare umano di Saba:

«Il mio amore è sempre triste.»

I bimbi negri, Caroline smaccate

sulla soglia del cinema pornografico

dei clienti bianchi. Nelle vie portavano

la fame e la pace che si ha

quando ci si addormenta su un prato al sole.

«Davvero, come ti bacio diventi triste.»

Al Corpus Cristi la sirena aveva pesci per capezzoli.

Era un vecchio incurvato dal chiasso

cucchiai, pentole, tamburi e scimmioni

l’amore che gli esseri umani sembravano

nutrire l’uno per l’altro.

È straordinario il mix di brio e tenerezza di Paola. È un mix che identifica lei sola. Altrettanto unica è la sua capacità di abbandono, di condividere con il lettore il suo mondo in una maniera che avrebbe dello sfacciato se non fosse, appunto, così tenera. In questo abbandonarsi -sempre sorvegliato dall’ironia- le accade di confidare il più grande segreto, il dubbio che, in questo scrivere e riscrivere la vita, stia vivendo una vita di carta:

Lo sconcerto

è questo invecchiare fuori dai libri

quello che passa per vita

Ogni scrittore potrebbe dire “Quando scrivo sono molti i destinatari”. È quello che dice Paola .o un suo alter-ego intellettuale- in una poesia dotata di delicata e visionaria purezza:

Se guardi il video delle bacche bianche nel cimitero

puoi vedere il freddo.

Ti pensavo.

Non mi credi e così fai di me un santo.

Quando scrivo sono molti i destinatari.

I sentimenti sono in me come quando ero bambino

e mia madre e mio padre si confondevano

le figure. Non so distinguere.

Tuttavia sto mangiando una mela

e immagino sia la tua bocca.

Nel viaggio di Paola ci sono momenti in cui la poesia sembra impazzita, sembra la registrazione di un sovraccarico sensoriale ed emotivo che lascia il soggetto in tilt e in compagnia di pochi scampoli di reale, isolati e presi in se stessi: un soggetto che si limita a farsi tramite del mondo che attraversa con il suo sistema neuronale; un soggetto che si spersonalizza:

Porta due valigie con scritto il suo cognome.
Ci aspetta in ginocchio, col maglione blu e il fischietto.
CIRCUS MUSIC STARTS UP
I giocattoli che a Parigi gli suggerisce il mercante serbo,
filo metallico, spago, gomma, stracci, Jung.
AUDIENCE EXCLAIMING & APPLAUDING
(si facciano entrare
i clown, fumare,
gonfiare,
nella sala ridiamo
ROARING (l’ammaestratore e il leone).

E anche questo, questo farsi registratore del mondo, dice molto della capacità d’abbandono di Paola. Ma andando avanti nel poema -perché Amiral Bragueton è un poema, e va letto come creatura caleidoscopica, dove ogni poesia è sfaccettatura di un sentire complesso fin sulle soglie del trauma dissociativo- andando avanti, trovo la dichiarazione spudorata dell’identità fra parola e corpo, declinata in uno di quei momenti di passione e tenerezza che Paola dispensa improvvisi e che poi tona a sommergere con una sventagliata di citazioni e ironie: è uno dei passi più belli del libro e, per parte mia, una delle cose più struggenti che abbia letto:

Queste lettere sono l’evidente indizio di un’altra cosa.
Esistono tante scritture quanti corpi,
e questo è il mio, amore mio.

Un corpo che si offre attraverso le sue parole, perché anche le parole sono parte imprescindibile del corpo. E dunque parole e corpo vengono donati nell’amore.

Stamattina scrivo da un tavolino del porto,
è primavera, indosso il tuo foulard blu.
Se è vero, come in quella poesia,
che il sonno è più forte quando si sogna ciò che è stato
perché invece io piango?
La grazia di mancare il bersaglio.

Quasi gozzaniana questa grazia di mancare il bersaglio. Ma ironica è pure quest’altra:

Nessuna tela al Rijksmuseum ritrae l’estate.
Le donne indossano maschere contro il freddo.
Gli uomini pescano, cacciano oche
e commerciano birra.
Amore, regalami
il latte che scorre di Veermer,
Eros nella palla di vetro con la neve
e Willem Van de Velde a Livorno.
Io terrò il conto delle vele.
(Amsterdam, 14 luglio 2012)

La richiesta è talmente folle e ingenua da riuscire in poesia per gli stessi motivi per cui poteva fallire. È come La mia bohème di Rimbaud, dove l’affermazione spavalda “la mia locanda era l’Orsa maggiore” in bocca a un altro sarebbe suonata ridicola e infantile, ma suona grande perché a pronunciarla è Rimbaud, che la inserisce in un testo e in un passo che ne moltiplicano la forza poetica.

Struggente questa scena di pupazzi, che richiama la Petroushka di Stravinsky:

Non avendo famiglia d’origine e incapace di formarne,
mi piace comprare le foto di sconosciuti
nei mercatini delle pulci.
Mia sorella, mia madre e mia zia al Parco dei Divertimenti.
I nonni una domenica.
È mio padre da bambino.

Lo struggimento deriva dall’aver risolto coi toni di un’acre ironia la descrizione di un senso di solitudine smisurato come quello di chi non ha nessuno al mondo. I pupazzi sostituiscono affetti mai avuti, ma sono irreali, sono -ancora- pura forma a cui Paola si sforza di dar carne.

Questo bisogno di riempire i corpi con le parole e le parole coi corpi lo troviamo in una poesia che esprime una natura sensibilissima, che sente su di sé tutta la sofferenza del mondo e che non può star bene se non stanno tutti bene: “Raccolgo tutti i morti / e li metto in mio figlio / poi frano”:

Rigaglie,
interiora di macelli.
Raccolgo tutti i morti
e li metto in mio figlio.
Poi frano.
Il ghiaccio, lo vomitavano le api.
I pupazzi di neve
erano tigri di paglia,
tigli.
Sto dormendo e scrivo i sogni.
Ho un solo occhio aperto.

Anche i sogni sono materiale da scrittura in questo riscrivere il mondo che è proprio di Paola Silvia Dolci.

In una delle prose poetiche finali, infine, troviamo la luminosa personalità della poetessa, che si lascia travolgere dal caos del mondo, ma senza dimenticare l’essenziale, e l’essenziale è “te nel cuore”:

Sveglio alle sei perché mi piaceva l’idea di assistere a una messa tra peccatori insonni. Sono piuttosto distratto e il concerto sarà alle otto di sera.
Ogni domenica ad Amsterdam è la mattina di Capodanno.
I musicisti non sono ancora andati a letto, bottiglie di Prosecco e lattine di Redbull, pochi i coffee shop aperti e le puttane in vetrina.
Preservativi e ossa di pollo sul pavet.
Aironi e gabbiani festeggiano con la spazzatura, tutti i gatti della città dormono sulla soglia.
Tu, sei sempre nel mio cuore.

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