“Nel fermo centro di polvere”

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Una silloge traversata da un’atmosfera di catastrofe e da colori freddi o autunnali. Presenza costante, il mare. Paesaggi marini che ricordano la pittura di Savinio, agitati da presenze ex-umane.

È Ercolani stesso a fornirci le chiavi d’accesso alla sua opera, rispondendo, in appendice, alle Tre domande indiscrete di Gabriela Fantato:

Non saprei dire chi parla, in questo libro. Posso dire qualcosa della musica che cerco di evocare: una musica atonale, ossessiva ma evocativa, dove alcuni superstiti emettono le loro voci come all’interno di un coro, che allude a qualcosa di tragico ma indefinito. Ogni arte si scopre porosa, lacunosa, traversata da sussulti. La mia poesia, nelle immagini che trova e in quelle che cancella, ha qualcosa di elementare, di atroce, di irriducibile alla logica del discorso comune. Dopo aver traversato il sogno e la notte ed essere stata a un passo dall’afasia, riprende a essere canto. Ma canto nudo, breve frammento, sempre all’inizio -che è anche l’approdo- di sé.

Vediamo allora alcuni di questi frammenti, di queste voci sopravvissute:

Devi essere musicale. Camminare con loro,

giovani, sonnambuli, leggeri,

come se il sole fosse fermo.

Hanno vestiti che perdono luce. Le finestre tornano vetri

spaccati. E quel suono indecifrabile, come di risacca.

Devi essere musicale, trascrivere con giustizia.

Fuggire l’ansia del foglio.

Orchestrare con strumenti che spariranno.

Sei chi resiste sull’orlo perché la vita in te

fermi i suoi segni e le lacrime fuggano.

Sulla riva del mare

stregando animali smuovendo pietre

incantando terra e inferno

preda

delle voci mute che abbandonasti

diventando parola,

per desiderio

ti volti, la guardi.

Legge infranta. Il nulla. L’invisibile

tornato nero,

il silenzio fitto di voci,

fine violenta

all’ordine del canto.

Nell’erba il sasso è le mani vive

che lo scelsero e scagliarono.

Tronco per tronco, di nuovo, dentro

la foresta, veloci e calme

le sillabe, oltre gli uomini uccisi: miraggi

tornati parole.

È un’ermeneutica di segni semi-morti, di tracce lasciate da creature in uno stato di perenne addio alla vita. Maestro di scrittura apocrifa, Ercolani nella poesia scontorna i confini realistici dei suoi racconti, fa a meno della cornice narrativa e si abbandona alla pura evocazione di fantasmi. Il suono dei suoi versi è un suono semisoffocato, le voci dolentissime provengono da una dimensione che non è più di vita ma neanche conosce la pace della morte. È come ascoltare onde sonore ancestrali, rimaste a vagare nell’aria: tracce lasciate nel vento da antichi Romani e Greci che parlavano, voci sfrangiate dai secoli e appartenute a una civiltà cancellata. Cancellare è atto centrale in Ercolani. Nei racconti egli cancella l’io scrivente tramite l’io apocrifo. Qui i versi hanno la leggerezza di iscrizioni a malapena intravisibili sopra una lapide. È tutta un’evocazione di mondi perduti, affioranti da un inconscio destituito d’ogni identità individuale.

Impossibile tornare alla vita. I fantasmi di Ercolani si aggirano per il libro come ne fossero prigionieri. Non possono più essere altro che scrittura. Sono intrappolati nelle parole. Dice lo stesso autore, rispondendo alle Domande già citate:

… la mia scrittura narra solo la scrittura: è il fumo di un incendio dove non ricordo quale forma abbiano avuto le cose che sento arse dal fuoco.

E dice in una poesia:

Questo è un rumore di pietre. Ma perché l’aria è vuota?

Perché non vedo chi le scaglia, chi ne è colpito?

Dentro le case, grida inudibili. Inutili si agitano mani adulte.

Ci vorrebbe un abbraccio, un ipnosi, un essere nuovi.

Ma la ferita non si chiude, è scuro racconto, è

lacrime delle cose.

Nessuno scrittore come Marco Ercolani ha assunto su di sé il dramma della post-scrittura. Un tempo si scriveva a partire da un atto di superbia: ho qualcosa di nuovo e inaudito da dire. Oggi si scrive a partire da un atto di umiltà: tutto è già stato scritto, scrivo per rimanere aggrappato a questa nave -la nave dell’umanesimo occidentale che s’inabissa, di una civiltà estetica che scompare. Si scrive per disperazione, e si scrive su altra scrittura, perché non c’è più da aggiungere il proprio tassello alla storia vastissima della Bellezza: si può solo mettere stucco fra gl’interstizi del mosaico. E se una vitalità è ancora possibile è proprio fra le tessere nel mosaico, in questo persistere e resistere. Nella vitalità segreta che pulsa come vena sotterranea. Basta invertire il moto di questa ex-vita e otterremo forse una resurrezione, una di-nuovo-vita. Ma come?

Terza e più riuscita raccolta poetica di un non-poeta che pensa poeticamente, Nel fermo centro di polvere (Il Leggio, 2018) è la più sofferta, la più intima confessione di Ercolani: è l’ammissione della sconfitta da cui tutto il suo scrivere prende le mosse.

 

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