“Terzafascia” di Giovanna Amato

terzafascia

“Terzafascia” è la terza fascia delle graduatorie di istituto, che comprende -cito dal sito del Miur- “i docenti non abilitati in possesso del titolo di studio valido per l’accesso all’insegnamento”. Tradotto in vita quotidiana, è la fascia degli insegnanti più precari. Giovanna Amato lo scrive senza spazi rivelando il lemma burocratico per quello che è: un marchio, che per chi lo vive assurge a condizione permanente: si è precari come si fosse affetti da una malattia incurabile; la precarietà diventa un modo di sentire, un tarlo che col tempo si fissa in una tara. Si pensa da precari, ed è un pensare diverso da quello di chi “ha un lavoro fisso”: un pensare che, forse, rimarrà tale anche quando la precarietà sarà finita. L’autrice riesce a raccontare questa condizione in un’opera che, lungi dall’essere “l’ennesimo libro sui precari”, o “l’ennesimo libro sulla scuola”, e lungi anche dall’essere un libro “generazionale e ombelicale”, è invece un resoconto onesto condotto senza autoindulgenza e con felice mordente narrativo. “Penso a un libro sulla terzafascia”, scrive nell’ultima pagina, “Qualcosa di ironico, che illuda che dietro non ci siano il logorio e la rabbia e la frustrazione. Qualcosa di lieve”.

È uno stile, quello di Giovanna Amato, asciutto ma ricco, giocato sul registro dell’autoironia, innervato da giochi di parole ma estraneo alla battuta facile, che arieggia al parlato senza scivolare nel luogo comune. È difficile mantenere l’eleganza in un registro come questo. L’autrice ci riesce grazie a una sorvegliatezza da orefice, spezzando la lingua colloquiale con intarsi di voci più preziose, con prestiti letterari non dissimulati ma tenacemente non esibiti, e con l’aiuto di perfetti tempi comici. Fa propria la lezione degli amati Stevenson e Kipling, maestri del tradurre l’inquietudine in meccanismo narrativo e limpidezza di stile.

Ma non basta, perché il miracolo di questa prosa è la disinvoltura con cui l’umorismo confina con l’estasi. Leggendo con attenzione, ci si accorge che Terzafascia (Fusibilia, 2017) non è soltanto il racconto di un’esperienza -nessun libro sulla scuola è mai davvero un “racconto d’esperienza”, perché gli insegnanti sono per legge tenuti alla privacy- ma la testimonianza di uno sforzo per conservare un grano di bellezza, per non perdere un minimo di grazia anche fra disagi pratici e a contatto con la stupidità. La bellezza può risiedere in un concerto di Mozart, in pagine di letteratura, o in un’alba goduta alla stazione, arrivando nel paesello dove si va ad insegnare e in cui la preside costringe a sveglie antelucane la docente che lavorerà poche settimane e verrà pagata dopo mesi pur di non concederle un ritardo quotidiano di sei minuti!

La bellezza è un esercizio duro, ma è l’unica fonte di salvezza. Esemplare il passo dedicato al mestiere di scrivere:

…la scrittura è un’occupazione che prevede molte cose belle ma anche molte cose brutte. Per esempio, dico, si lavora tantissime ore al giorno, anche quando non si sta scrivendo, molto tempo si passa a pensare a cosa si vuole scrivere, come farlo, e quando, e ogni momento è buono per prendere appunti, e alla sera spesso si arriva intontiti e con i calli alle mani. Naturalmente, spiego, il più di questa roba si butta. Poi, quando finalmente ci si siede alla scrivania, se è un giorno buono, si può lavorare su quel materiale fino a dieci ore di fila. Io uso il computer, racconto, perché è più veloce e poi con la penna mi si rovinerebbero le dita e non potrei più suonare. Certo, proseguo, non tutti accettano di riconoscere che è un lavoro utile e faticoso, così, imperverso, si è costretti a trovare un secondo lavoro, che tutti considerano il primo e unico lavoro, per sopravvivere ma in fondo anche per non impazzire; perché non è solo lo sforzo fisico, infierisco, e neanche solo quello mentale: è il proprio percorso di crescita spirituale, l’approdo a una propria estetica, anche provvisoria, quello che incide. Per esempio, cito, io non dormo da una settimana perché sto ripensando daccapo un libro frutto di quattro anni di meditazione e due di stesura, dopo che il mio ghost-editor l’ha demolito in una conversazione di cinque minuti. So che ha ragione, anche se le auguro che le cada il cellulare nel water, e quindi ci passo qualche notte insonne finché l’umiliazione è fresca e poi la mattina vengo qui a lavorare, e mica ammazzo qualcuno. E non sto ripensando solo al libri, incrudelisco, ma soprattutto a me. Chi sono? Il narratore di sempre, o c’è della lirica in me? Prevarrà l’artigianato o il delirio? Soprattutto, riuscirò a trovare la forma di quello che ho da dire senza pormi sempre queste incasellanti domande? E’ così, chioso, che ci si accorge che la propria mente è una corda tesa tra estasi e panico, sempre a rischio di spezzarsi.

“E quali sono le cose belle?”, chiede Alberto dal fondo della classe.

A quel punto non so come dirgli che le cose belle sono queste.

C’è un’altra preoccupazione che attraversa con leggerezza il romanzo, ed è quella per la trasmissione della bellezza. Come educatrice, Giovanna Amato vuole che la comunicazione della bellezza non si fermi. E scopre che in effetti non si ferma, ma deve prendere spesso strade oblique, fare a zigzag in una folla ottusa per arrivare ai suoi naturali destinatari. E che bisogna accettare questo fatto, e continuare a tramandarla come si manda un messaggio in bottiglia, confidando con insolens laetitia che verrà raccolto.

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