Una semplice poesia

Uno dei più limpidi esempi della forza e della semplicità della poesia è A Marechiare di Salvatore di Giacomo. La conoscono tutti come canzone napoletana, con la musica di Francesco Paolo Tosti -mio conterraneo abruzzese. Ma di Giacomo era un grande poeta e A Marechiare inizia con due versi che sono da soli un piccolo capolavoro:

Quanno sponta la luna a Marechiare,
pure li pisce nce fanno a ll’ammore…

Sono poche e semplici parole: ma questa luna che sorge su un luogo dal nome romantico crea un tale fascino che pure li pisce nce fanno a ll’ammore: immagine semplicissima e un po’ ironica, equivalente bonario dello spettacolo dei pesci umanizzati in un capolavoro della poesia popolare tedesca come Das Antonius von Padua Fischpredigt -che, raccolto da Arnim e Brentano nell’antologia Il corno meraviglioso del fanciullo, ebbe a sua volta la ventura di essere musicato da Gustav Mahler. Ma sono due mondi diversi: lì l’ironia arriva quasi all’horror, i pesci fanno paura. I pesci innamorati dei versi di di Giacomo invece sono sorridenti.

L’atmosfera iniziale è conservata anche nei versi successivi:

se revoteno ll’onne de lu mare,
pe la priezza cagneno culore,
quanno sponta la luna a Marechiare…

A questo punto entra in scena la “protagonista” della poesia:

A Marechiare ce sta na fenesta,
la passiona mia ce tuzzulea,
nu carofano addora ‘int’a na testa,
passa ll’acqua pe sotto e murmulea…
a Marechiare ce sta na fenesta…

Anziché dire che l’odore del garofano crea sensazioni inebrianti, che dà alla testa, di Giacomo dice che addora ‘int’a na testa: immagine più elegante, più intellettuale di quella dei pesci, ma che ugualmente “fa centro”. Poi c’è il musicalissimo passa ll’acqua pe sotto e murmulea, con quel murmulea che s’imprime nella memoria col suono e l’odore della risacca di notte. Francesco Paolo Tosti, nel musicare questi versi, ebbe dopo murmulèa un lampo di genio: mise in bocca al tenore un melisma senza parole, che arieggiava a canti di marinai, o addirittura alle sirene dei Notturni di Debussy. Tale è la forza musicale di questa parola -di questa parola dialettale. E’ un suono barbaro ed elegante, più verace ma non meno raffinato di quelli della lingua italiana, che rimanda a un contatto immediato tra l’uomo e le cose. E qui apro una parentesi. La scomparsa dei dialetti non è solo un fenomeno linguistico: è il segno di una scissione fra noi e la natura. Noi siamo quelli dell’innaturalezza. Come può dire murmulea una popolazione che al mare va per abbronzarsi? Poesie come questa ci ricordano cosa abbiamo perduto. Chiusa parentesi.

Chi dice ca li stelle so’ lucente
nun sape st’uocchie ca tu tiene nfronte,
sti doie stelle li saccio io sulamente,
din’a lu core ne tengo li pponte,
chi dice ca li stelle so’ lucente…

Quante volte, per quanti secoli gli innamorati hanno detto i tuoi occhi sono come stelle! Ma qui di Giacomo ripoetizza il luogo comune perché non s’identifica col giovanotto che pronuncia queste parole, ma col poeta colto che le racconta, godendo del fresco sentimento che esprimono. La scena acquista tutta un’altra luce. L’ingenuità apparente di di Giacomo ricorda quella del giovane Rimbaud, che in Mà boheme si può permettere una frase che, nel suo slancio fanciullesco, poteva riuscire banale, e che invece sulle sue labbra è sublime: la mia locanda era l’Orsa Maggiore.

Gli ultimi versi muovono verso la gioiosa e fremente conclusione: è un movimento di immagini che suggerisce un’inquietudine sensuale e lieve. La suggerisce senza mai entrarci, accennandola. Una giovanile e scalpitante sensualità. È eros tratteggiato in punta di penna: è stile.

Scétete Caruli’ ca ll’aria è doce,
quanno maie tantu tiempo aggio aspettato?
P’accumpagn li suone cu la voce,
stasera na chitarra aggio purtato…
Scetete Caruli’, ca ll’aria è doce!…

(Dipinto di Arnold Böcklin )

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