Ovadia l’inattuale

Non si decide di venire al mondo in una data epoca: la condizione di contemporanei è un destino e non una scelta. Fra le persone che vengono al mondo la maggior parte sono gli attuali, quelli che vivono la contemporaneità come un dato di fatto, incorporati nella contemporaneità come essa è incorporata in loro. Altri invece -una minuscola minoranza- sono gli inattuali: critici della loro epoca, la vivono come un peso, la rifiutano, non l’hanno nel sangue. Bruno Schulz è un tipico spirito inattuale, e come lui Pavese e Cioran. La loro produzione non sarebbe stata possibile in un momento storico diverso, ma i loro riferimenti affondano altrove, in un immaginario intemporale. Il loro psichismo è radicato dove i loro contemporanei si sentono più sradicati. Anche Rasputin era inattuale: una figura come la sua aveva radici più nella notte medioevale russa che nel tempo degli Zar. Pure, egli era consustanziale all’ideologia zarista, e l’assassinio ad opera del principe Jusupov lo tolse dal mondo in tempo per non vederne la fine. E’ inimmaginabile un Rasputin dopo l’eccidio di Ekaterinburg.

Fra gli inattuali della nostra epoca, un posto spetta sicuramente a Moni Ovadia. Il suo personaggio e il suo abbigliamento sono ottocenteschi, al massimo primonovecenteschi. I suoi riferimenti alla cronaca non fanno che confermare la diagnosi: il suo neocomunismo è indice di un drammatico rifiuto del presente, ma è un neocomunismo impossibile in un’epoca diversa dalla nostra: è il neocomunismo degli ex sessantottini -ad esempio il suo pacifismo sarebbe stato rifiutato dal comunismo classico.

Ogni volta che accenna all’attualità -e lo fa spesso- Ovadia ne prende le distanze. Si potrebbe perfino definirlo un conservatore, perché la sua concezione della storia sembra radicata in un classico schema età dell’oro–decadenza. I suoi riferimenti stanno tutti nel passato: nella tradizione degli ebrei orientali. Ma è una tradizione vista attraverso la lente di un’altra grande, e più recente, tradizione: quella dell’umorismo ebreo americano. La sua epoca di riferimento è quella di Chiamalo sonno di Henry Roth.

L’ideologia comune a gran parte dell’ebraismo contemporaneo lui la rifiuta come rifiuta la politica di Israele. Per lui gli ebrei sono il popolo dell’esilio, e nell’esilio trovano la loro identità: classica posizione pre-sionista, che nel suo caso si volge in atto d’accusa contro la politica dello Stato ebraico verso i palestinesi. L’unica patria degli ebrei, per Ovadia, è l’esilio -anzi, meglio, la cultura venutasi a formare nell’esilio. Una posizione antica che nella sua visione assorge a emblema di un’ultra-modernità internazionalista ed ecologista, dove non è la terra ad appartenere agli uomini e nemmeno gli uomini ad appartenere alla terra, perché essi sono solo ospiti della terra e hanno solo patrie intellettuali.

Quando guarda al passato, dunque, Ovadia è impregnato di presente, e quando guarda al presente lo fa col rifiuto di chi appartiene al passato. Gli inattuali non sono esseri fuori dal mondo: sono esseri critici del mondo.

Anche la sua dizione e il suo frasario non hanno niente di attuale. Una lingua elegante -anche se caratterizzata da tic come l’abuso del verbo “pencolarsi”- è uno dei marchi del suo stile. Il suo eloquio è privo delle tipiche esitazioni d’oggi -gli ehm, uhm, ahm caratteristici dell’oratoria postsessantottina. La voce poi è una voce tagliente e rugosa, aspra, leggermente nasale nel registro medio-alto e afona in quello basso. Una voce che ricorda quella del suo cantante preferito, Louis Armstrong. E con quella voce da Armstrong l’attore affronta le canzoni del repertorio ashkenazita -a confermare una volta di più, e per puro dato biologico, che il suo sguardo sulla cultura degli ebrei orientali è mediato dal Novecento americano.

Ovadia è spesso antiamericano nelle sue dichiarazioni, e lo è in quanto neocomunista; ma culturalmente è imbevuto dell’America. Gli piace l’America di una volta tanto quanto non gli piace quella odierna: e anche questo è segno della sua inattualità. Ma l’America di una volta, quella che gli piace, è un’America sognata, l’America in cui speravano gli esiliati, l’America della letteratura e del cinema, l’America del jazz. Il jazz è la chiave in cui interpreta le vecchie canzoni in lingua yddish, ma bisogna intenderci su qual è il suo jazz di riferimento: non certo il cool, il free jazz e la fusion. Anche nei gusti jazzistici, Ovadia è inattuale: le sue sonorità interiori sono quelle del dixieland, al massimo di Duke Ellington. Il suo immaginario, anche musicale, resta ancorato al primo Novecento.

C’è però un tratto in cui Ovadia è completamente attuale: la formula teatrale basata sul monologo. Come molti ottimi attori della sua generazione, è un mattatore solitario e autore di se stesso. E, come spesso accade ai mattatori solitari e autori di se stessi, col tempo tende a ripetersi. Il suo ultimo spettacolo Dio ride non aggiunge molto alla grandezza di uno che è stato l’animatore di Oylem Goylem. Lo si guarda per affetto, perché un Ovadia ripetitivo è pur sempre un Ovadia, ma si rimpiange la sorpresa dei bei tempi. L’età ha reso la voce più fioca, le belle alternanze di suoni chiari e velati che rendevano il suo yddish una lingua magica non ci sono più. I gesti da patriarca con cui dà anima teatrale alle canzoni yddish sono ora più schematici, alla varietà gestuale si è sostituita l’ossatura della gestualità. La pinguedine rende quei gesti più goffi. L’espressività di un tempo, insomma, se n’è andata. Qualcuno potrebbe dire che ha raggiunto la stilizzazione, che l’espressività di oggi è più essenziale perché perfetta. Forse è vero. Io però preferisco la vitalità. D’altronde è un problema insolubile: i critici di Toscanini si chiedono ancora oggi se le migliori registrazioni del direttore d’orchestra siano quelle più plastiche degli anni Trenta o le più astratte dei primi anni Cinquanta. Meglio la Pastorale corposa del 1938 o quella lirica del 1952? Meglio la Quarta di Brahms del ‘35, piena di portamenti, o quella geometrica di vent’anni più tardi? La soluzione è in gran parte soggettiva. Rimane il carisma. Quello non risente né dell’età, né della ripetitività dei contenuti. Se anche Ovadia dicesse numeri per due ore sul palcoscenico, lo farebbe col carisma di Ovadia. E questo vale il prezzo del biglietto.

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