Un ritratto di Cioran

(a Marco Ercolani)

Caro Marco, io penso che il pessimismo di Cioran abbia radici storiche. Veniva da un Paese in cui la sconfitta è la regola, ha simpatizzato sia per il nazismo che per il comunismo e ne ha conosciuto gli orrori. Il pensiero lo ha vissuto attraverso le deformazioni dell’ideologia. In più, sono d’accordo con te che non ha mai trovato un oggetto di entusiasmo all’altezza della sua pantagruelica vitalità. Era un uomo che amava la vita, la conversazione, l’amicizia. Camus gli si avvicinò per chiedergli perché non volesse impegnarsi socialmente. Cioran gli rispose di andare a farsi fottere. A prima vista, si potrebbe pensare che Camus non avesse capito nulla di Cioran per fargli una richiesta del genere. In realtà, aveva percepito il fondo vitale del collega. Quello che non poteva capire era la sua esperienza biografica. In Cioran quasi tutto si spiega con la biografia. Nel pensiero non trovò risposta alle alle sue insonnie, ai malumori e malanimi di una mente troppo lucida e di un animo troppo carico. Amante del contatto umano, si trovò a contatto con esseri disumanizzati dall’ideologia e dalla massificazione. Lungimirante, fu circondato da intellettuali dallo sguardo breve. Senza patria, divenne un apolide del pensiero. Per lui, per esperienza, gli appassionati e i filantropi avevano, accanto a una soluzione per l’umanità, una forca per chi non la pensava come loro, e preferì i cinici perché, non avendo soluzioni per nessuno, non avevano nemmeno una forca. I suoi Quaderni attestano sia il suo disincanto che il suo vitalismo -entrambi lo trascinavano alla rabbia. Il suo carattere e la sua esperienza lo portavano nelle direzioni opposte della saggezza e dell’urlo. In letteratura, trovò una composizione a questo dissidio nello stile, nella capacità ineguagliabile di inventare formule. Nella vita, non si curò nemmeno di trovare un’armonia a questo dissidio -e in ciò sta la sua grandezza di uomo. Non costruì un’immagine da tramandare ai posteri, visse semplicemente come gli era congeniale. Al pari di Wittgenstein, avrebbe potuto dire di non aver passato nemmeno un attimo senza essere in sintonia con se stesso.
Questo è il mio Cioran.
Aggiungo che Cioran non aveva “un pensiero originale”: il suo è un condensato del pessimismo non solo occidentale con cui Cioran gioca. “Al culmine della disperazione” Cioran giocava col pensiero, con deliziosa autoironia. Per questo, come disse il suo amico Constantin Noica, nessuno si è mai suicidato con un libro di Cioran in mano -anzi il suo essere contro la vita infonde vita.

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