Il segreto di Lawrence

“Per oltre trentacinque anni le più accese controversie si sono disputate sul nome di T. E. Lawrence. Chi era veramente? Era un eroe? Era un ciarlatano?” Nei cinema di mezzo mondo, nel 1962, questa domanda annunciava l’uscita imminente del kolossal di David Lean Lawrence d’Arabia. La risposta l’aveva data molti anni prima lo stesso T. E. Lawrence raccontando il suo incontro col generale Allenby: “Non avrebbe mai potuto distinguere in me il ciarlatano dall’uomo d’azione”. Forse non li distingueva nemmeno Lawrence.

Impareggiabile simulatore e dissimulatore, mitomane patologico, forse grande condottiero, di certo raffinato intellettuale, Lawrence incarnò meglio di chiunque altro la fine di un’epoca. Le critiche alla sua visione geopolitica sono antistoriche: nessun occidentale di allora poteva avere una visione diversa del mondo arabo. Lawrence non uscì mai da una visione colonialista -sia pure di un colonialismo filantropico, “benevolo”- perché non poteva. Inglese, figlio -va bene, illegittimo!- di un aristocratico, conservatore convinto che a fare la storia fossero gli individui eccezionali, classe 1888, Lawrence era antropologicamente eurocentrico. Amava l’Arabia perché l’Arabia era la sua grande impresa, sognata e cullata fin dai giorni d’infanzia.

Per motivi sconosciuti -traumi familiari?, un’omosessualità mai accettata?- fu un essere autodistruttivo, estraneo a se stesso, bisognoso di essere qualcun altro. I pochi filmati che restano catturano i gesti di un uomo nervoso, insicuro, a disagio tanto nei panni inglesi che in quelli arabi. Le foto mostrano un viso strano, ragazzesco, con un’espressione ambigua, romanticamente atteggiata, ma come smentita da un sorriso furbo e da due occhi che sembrano non avere un’anima -occhi “di una trasparenza animale”, fu detto. Un uomo così era l’ideale per simboleggiare la crisi dell’imperialismo e le complesse ragioni del colonialismo britannico -dal desiderio predatorio a quello d’evasione. Non saprei dire se Lawrence soffrì del “mal d’Europa”. Di certo ne divenne l’icona.

Il film di Lean è come lui: controverso. C’è chi lo trova un capolavoro e chi un falso storico. Ma a guardar bene, a parte i molti errori storici e geografici, Lean non ha voluto dare una rappresentazione realistica di Lawrence, ma piuttosto rendere l’atmosfera dei Sette pilastri della saggezza. Il comportamento folle, egolatrico, affettato in cui amici e parenti non hanno riconosciuto il vero Lawrence è la rappresentazione al cinema dello stile barocco e narcisista della sua prosa.

Posta in apertura dei Sette pilastri c’è una strana poesia. Una poesia che dedica il libro a S.A. Chi fosse S.A. Lawrence non ha mai voluto dirlo. C’è chi ritiene si tratti di un amico -forse amante, forse amato- arabo di gioventù, chi di un’entità astratta -l’Arabia stessa?-, chi addirittura di un eteronimo dello stesso Lawrence -ma forse con questa teoria si va un po’ troppo oltre nella faccenda della crisi d’identità.

È persino banale osservare che, creando un mistero attorno ad S.A., Lawrence abbia voluto innescare un giallo letterario, sulla scorta di quello che circonda il fair youth dei Sonnets shakespeariani. Più interessante è notare come nella poesia araba vi sia spesso una voluta ambiguità, per cui è difficile capire se il poeta si stia rivolgendo alla persona amata oppure a Dio. Troviamo toni analoghi anche in certa poesia mistica cristiana, dove l’esperienza del divino è descritta in termini di appassionata sensualità. Il coltissimo Lawrence l’ebbe senza dubbio presente nello stendere la sua poesia.

A S.A.

Ti amavo: e ho attirato per ciò queste fiumane d’uomini
Nelle mie mani, ho scritto la mia volontà
Lungo tutto il cielo e le stelle,
Per darti la libertà
E per costruirti una casa dai sette pilastri,
Dove i tuoi occhi potessero risplendere per me
Quando arrivavo.

La morte pareva la mia serva
Sulla strada, fino al momento che fummo vicini
E t’avvistammo mentre aspettavi;
E tu mi sorridesti, e con dolente
Invidia lei mi superò.

Se l’amore sotto la cui egida sono posti i Sette pilastri sia quello per il giovinetto Sheikh Ahmed o quello per il “sogno d’Arabia” che guidò Lawrence non lo sapremo mai. Ma ci interessa sapere che questa poesia, come tutto Lawrence, si pone sotto il segno dell’artificio. Dà il tono a un libro in cui tutto è alessandrino eppure tutto è intenso. È la traduzione stilistica di quei filmati che mostrano Lawrence a disagio tanto nei panni arabi che in quelli occidentali. Lawrence vi si traveste da arabo, ma il suo gusto, la sua lingua sono vittoriani. I Preraffaelliti vi giocano un ruolo primario, specie certe atmosfere di Rossetti. È una poesia che non sa di vita ma di letteratura, è poesia alla seconda, poesia su altra poesia. Ci sono una solennità e un intimismo che difficilmente, altrove, riescono a vivere insieme, e che forse vivevano insieme a fatica nella stessa personalità di Lawrence se è vera la famosa osservazione di Lowell Tomas: “He had a genious for backing into the limelights”. Quello che Lawrence sfoggia qui è callimachismo imbevuto di grandeur. Eppure ha una sua forza. Quella delle regioni psichiche oscure, dove anche l’acqua s’impregna dell’ombra e di cui il nostro eroe si compiaceva -mentre ne soffriva.

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