“Tirrenide”: poema epico del sé plurale

dare forma e poi rimettere le mani in pasta
e recreare un’altra forma prossima all’infanzia
della precedente e precederla in un cerchio
un ciclo due anzi un triciclo o l’uroboro

Il mare ricrea continuamente se stesso come la parola risemantizza eternamente se stessa. E nel mare ci sono le sirene, creature di parole –perché delle nostre parole son fatte- che riforgiano il mondo risemantizzandolo. Ma questo riforgiare il mondo può avvenire solo scardinando i ruoli prestabiliti assegnati dal mondo che ci è dato, e in particolare i ruoli di genere. La risemantizzazione perciò non può che essere rabbiosa, violenta. È piena di rabbia questa partitura poematica che è Tirrenide (Anterem, 2020, con una nota critica di Antonio Devicienti), moto perpetuo di simmetrie e dissimmetrie, sacralità e dissacrazioni, immagini mitiche e attualissime demitizzazioni. Maria Grazia Insinga scrive con l’idea della responsabilità etica della parola, scrive una parola-azione, ma questa azione può avvenire solo dentro la purezza della forma. E allora la forma deve riflettere su se stessa e sulla sua infinita possibilità, in una proliferazione verbale che non si esaurisce in se stessa. Parole gemmano da altre parole, testi ruotano attorno ad alcune parole-perno e alle loro ambivalenze, il tutto calcolato con una sapienza costruttiva che sfrutta con abilità i campi magnetici della significazione. Il testo allude ad altri testi, chiama in causa un testo-ombra di cui affiorano solo pochi indizi, allude a seconde e terze voci – come Bach, nelle suites per violoncello, ha implicato altre voci nella linea solitaria del canto. È difficilissimo entrare in confidenza con la partitura che Maria Grazia Insinga predispone, e che presenta difficoltà pari a quelle delle più vertiginose partiture di musica contemporanea. Ma è necessario farlo perché questo poema ammette come lettori solo coloro che riescono ad entrarci in confidenza, solo coloro che si abbandonano a un vigile ascolto della sua musica segreta e ostile. A chi sa superare gli ostacoli della prima lettura e riesce a prendere familiarità coi suoi procedimenti germinativi, la composizione rivela perfino il dono di una corrosiva ironia. Che si dirige contro lo sperpero della parola, contro abitudini critiche sterili (“prendere a distanza distanza dalla distanza / equivale a nessuna distanza a un niente”), contro l’idea di identità in voga nel mondo sociale, che confonde identità con ruolo, personalità e comportamento atteso. Queste identità interscambiabili sono destinate soltanto alla proliferazione della confusione, e colpiscono, va da sé, la metà femminile del mondo. Perciò, per fare chiarezza, bisogna recreare –da rem creare– il mondo rifondando prima di tutto il suo sistema significante, e tale rifondazione non può che passare attraverso una distruzione. L’atto rifondativo non porta in realtà a nulla, il mare è sempre mare, la rabbia, attraverso le varie età, rimane rabbia. Eppure è necessario e fondativo. Perché?


Questa ha una parola in meno
Racconta il passato che vado segnando
e il nonnulla del capo e sul corpo neanche
un segno questa ha una donna in meno
racconta il futuro che vado raschiando
e il capo mozzato pertica e cima visibile
lontano e in distanza levare traguarda
trasale e dice il livello sale del niente


Nessuna consolazione è offerta: non ci sono varchi, non ci sono soluzioni metafisiche e tantomeno evangeliche, non ci sono proprio soluzioni. Esiste solo quel vigile abbandonarsi, la scoperta che “per agire, bisogna cessare di agire” per usare le parole di Blanchot citate da Maria Grazia:


e dunque il vero pensiero è nel sonno
e smettere di stare in piedi vigili
e cedere al sogno la facoltà del pensiero
e la veglia un errore in prosa intralcio al sé


Qui ci viene incontro Jacqueline Risset, citata dall’autrice: “Megera cattiva, tu mi getti e io cado, / annego, ma al tempo stesso entro in un / dominio che ti sfugge, dove io regno.” Nel sonno, scrive Maria Grazia, “lei dorme in un paese non tuo e / riconsegnata a un’acqua non tua”, Ofelia annegata può regnare (“la testa circondata di ophrys / regna solo dopo la caduta nel sonno”), il sonno di cui Maria Grazia scrive è un sonno da risvegliate e il poema si configura come un poema di Parmenide in negativo, ripreso e continuato dal lato del non essere. Il non essere, prima di tutto, della metà femminile del mondo. Nel sonno vigile non accade nulla di nuovo, non avvengono palingenesi, ma avviene la scoperta di un’identità plurale, irriducibile ai ruoli del mondo; dopo il sonno vigile “l’essere non è segmentato e / frantumato ma ingoiato”, e in questo sonno che è morte ma anche rinascita si viene “dispensate dal dispendio di una sola identità”, e in una rabbia sovrana, lontana da promesse di paradiso, si può conquistare l’interezza dell’essere.

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