La ferita e la grazia: Isabella Bignozzi, “Memorie fluviali”

lo vedi amore mio
con questa preghiera selvaggia fiamma libera
come saliamo in alto sopra il taglio e la tregua
com’è avvolta di salvezza ogni nostra cura

e queste nere piccole morti
che provano a stringerci i polsi
non hanno più la via né le mani
diventano giorno diventano acqua

Tutto è ferita nella poesia di Isabella Bignozzi. Ferita che amore e grazia riparano. La poesia è un tentativo di medicare queste ferite. La stessa professione della poetessa -che è medico- consiste nel riparare ferite. Vivere è farsi male, come traspare da questi versi:

noi piccoli esseri vivi feriti
ogni tramonto che ci fa il nido in petto

o da questi, da cui trapela una nostalgia di vita, un desiderio di più vita malgrado significhi anche più dolore:

il necessario giorno
che ci fa apolidi, feriti
del nostro impronunciabile

essere per sempre
senza essere stati mai.

L’autrice trova per il suo vivere parole che ricordano Alejandra Pizarnik:

mia cerimonia purissima mia vita
io sposa di vetro, io miniato codice
polena intarsiata al naufragio
schiena diritta al buio, molle il dolore

Che la vita sia sofferenza non rende però rassicurante la certezza della fine:

la morte sì
la guardavo succedere piano
rannicchiata come un embrione trasparente
nella mia brocca di latte cagliato

Nessuna quiete esiste: anche la grazia che tutto purifica, purifica tuttavia furiosamente, come il fuoco:

Mi è qui ora, come pane
il sapere con te l’acqua, la pietra
l’istante nel rogo di pace

È nell’incontro con l’altro, nell’amicizia, nell’amore, che si dà la grazia; ma è una grazia che non salva del tutto dalla solitudine:

su tutto
duole
uno smarrito
antichissimo cercarsi

Eppure questo dolore del tutto è reso in forme di consapevole levità, con vocaboli di ustionante dolcezza. La parola di Isabella è parola schiva, parola di selvaggio pudore, che non vuole aggiungere altre ferite, che non vuole sommare il suo dolore al dolore del mondo. Su tutto prevale una cura del creato che è cura materna, salvatrice: come una madre del figlio, Isabella vuole il bene del cosmo, e non s’abbandona mai alla disperazione. Nel suo codice espressivo non troviamo posto per il tetro e l’informe. Con la tenacia dei timidi, la poetessa vuole assaporare la vita fino a toccarne il midollo d’orrore, e non ne ha paura: sa che è il prezzo da pagare per essere toccati dalla grazia che è anch’essa connaturale all’esistere. Ferita e medicamento sono indispensabili l’una all’altra, e Isabella dedica alla bellezza del mondo il suo canto di lode appartato:

colle oppio sorride voci di bimbi
così morbido lo spreco, così puro
l’improvviso splendore verde raggi d’oro

questo sole che odora piano
vento d’erba angolo d’ombra mio mare
mio cuore

memorie fluviali

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