Perché chiudono le librerie

“Secondo gli ultimi dati disponibili della Confcommercio, a Roma dal 2007 al 2017 hanno chiuso 223 librerie. Un’ecatombe avvenuta il più delle volte nel silenzio delle istituzioni.” Così Emanuela Del Frate in un articolo del 2020 su La repubblica, in cui veniva annunciata la chiusura di ben due librerie Feltrinelli nella capitale.

Io non mi limiterei al silenzio delle istituzioni, ma parlerei del loro diretto coinvolgimento, almeno per quanto riguarda la compagine di governo che ha retto il Paese tra il 2018 e la prima metà del 2019.

Uno dei librai di Roma che ha chiuso sono io. La mia libreria è durata due anni, dal 2017 al 2019. Oggi c’è un negozio di alimentari scadente, uno di quelli che a Roma si chiamano, con una punta di razzismo, er bangla perché sono gestiti da persone provenienti dal subcontinente indiano. Non voglio negare che ci siano state responsabilità mie: mi sono impegnato in un lavoro difficilissimo da solo e con un’esperienza insufficiente. Ciononostate, i miei due anni di utopia mi hanno permesso di fare delle osservazioni.

La prima. Si dibatte molto sul ruolo di Amazon nella chiusura dei piccoli esercizi commerciali, e in particolare delle librerie indipendenti. Per conto mio, penso che sia un falso problema. Come ex libraio credo che il problema maggiore sia rappresentato dai costi di distribuzione, che drena il 70 per cento delle entrate ed è quasi insostenibile per i librai indipendenti, mentre le librerie di catena, legate ai grossi marchi editoriali, godono tutti i vantaggi di una filiera più corta. C’è poi la questione delle campagne sconto, che i principali editori fanno a getto continuo e che sono insostenibili dalle librerie indipendenti. Uno che già fa fatica a pagare l’affitto non può permettersi di abbassare il prezzo dei libri del 15 per cento al mese -perché, tra una campagna e l’altra, gli editori più venduti sono praticamente in campagna sconto permanente. Ma il problema, come abbiamo visto nella premessa, non riguarda solo i librai indipendenti, se ben due Feltrinelli nella capitale hanno dovuto chiudere in un brevissimo volgere d’anni.

In tempi di sovranismo e di pseudosinistre, è di moda parlar male di una multinazionale come Amazon, ma i piccoli negozi chiudono soprattutto per la concorrenza, spesso sleale, di soggetti italianissimi -si pensi a come certi supermercati strangolano i negozi di quartiere-, per gli affitti folli richiesti da italianissimi proprietari di immobili, per i balzelli esagerati richiesti da italianissime amministrazioni locali. La sinistra alla moda dice che Amazon tratta male gli operai e non paga le tasse. Vero. Resta però da dire che la maggior parte degli operai italiani muore per responsabilità di padroni italianissimi e che anche molti italiani non pagano le tasse.

Ma bisogna dir pure, a proposito delle librerie, che una responsabilità più diretta la hanno gli italiani nella loro generalità, e le forze politiche da loro più incensate.

Non credo di dire una stupidaggine se affermo che ho osservato un calo d’interesse nella lettura, tra 2017 e 2018, proporzionale all’affermazione di Lega e MoVimento 5stelle. Più persone entravano in libreria a farmi discorsi razzisti o sulle scie chimiche, meno compravano libri. C’è stata una corrispondenza quasi perfetta. Un popolo di neofascisti non è un popolo di lettori. Come diceva quello? “Quando sento parlare di cultura, mi vien voglia di mettere mano alla rivoltella.” In Italia si legge meno che in tutto il resto d’Europa e c’è più nazionalismo che in tutto il resto d’Europa. E i due partiti che hanno retto l’Italia per diciotto mesi, Lega e 5 Stelle, hanno fatto leva proprio su ignoranza e nazionalismo.

Quanto accaduto alla libreria La pecora elettrica, devastata da un gruppo di neofascisti, è sintomatico. Ed anche il fatto che l’estate di tre anni fa le proiezioni del cinema America erano sorvegliate dalle forze dell’ordine per i continui pestaggi di gruppi di estrema destra. Chi fa attività culturale a Roma, oggi, si ritrova a combattere una guerra che spesso non è culturale, ma fisica, e in cui è in gioco la propria incolumità oltre che la sopravvivenza del proprio lavoro.

Non ho l’ingenuità di credere che la causa del disastro dell’Italia sia da attribuire a due partiti, anzi credo che essi siano solo la conseguenza estrema, il sintomo più vistoso della necrosi. La malattia viene da più lontano. Anche il ventennio berlusconiano, credo, è stato un sintomo. Il focolaio della patologia ha a che fare con la mutazione antropologica di cui parlava Pasolini, col boom economico e con l’incontro di una società culturalmente arretrata con la modernità consumistica. Ha a che vedere col fatto che, forse, la vera unità d’Italia non l’hanno realizzata i padri risorgimentali -la cui azione venne percepita in mezzo Paese come una colonizzazione- ma Mussolini, che per primo ebbe a disposizione i mezzi di comunicazione per arrivare a tutti. È impressionante come ancor oggi, nelle cronache sportive e nei programmi di divulgazione, si tessano le lodi del “genio italiano” e dell’ “eccellenza italiana” -magari parlando degli antichi romani o del Rinascimento, quando l’Italia non esisteva nemmeno- in un modo che risente delle circolari mussoliniane rivolte all’Eiar in attuazione delle leggi razziali. E però, è anche vero che lo sdoganamento dell’odio e dell’ignoranza aggressiva, tra 2017 e 2018, ha dato luogo a un quasi immediato peggioramento del clima: una parte della popolazione, che prima esprimeva i suoi odiosi istinti sul Web, si è sentita legittimata ad esprimerli per la strada -anzi che dico legittimata, si è sentita trionfante, orgogliosa dell’ignoranza e dell’odio, esibizionista dell’ignoranza e dell’odio. Li portava in petto come medaglie. Questo è il cambiamento che credo di aver visto, e che credo continuerei a vedere se fossi ancora aperto.

Scrivevo a un amico nel 2005: “La gioventù italiana è neofascista. Non che i giovani si dichiarino fascisti, semplicemente lo sono. E la responsabilità è in gran parte della sinistra. Loro, gli uomini della sinistra, sono corresponsabili della fascistizzazione del Paese. Gli uomini della sinistra che hanno ceduto alla filosofia berlusconiana e che hanno inondato la Rai Tv, sotto il dottor Zaccaria, di programmi in cui la filosofia berlusconiana trionfava, con esibizione e mercificazione del corpo femminile, maghi e fattucchiere, canzonacce e un insopportabile ottimismo e trionfalismo. Il problema oggi è che berlusconiani e antiberlusconiani sono figli della medesima cultura, che è una cultura che mette KO la sinistra, è una cultura consumista ed edonista, berlusconiana ab origine. E fino a quando la sinistra non lo capirà, fino a quando non avrà il coraggio di recuperare quella che è la vera cultura, il vero umanesimo travolto dalla volgarità dei consumi, fino a quando farà parte essa stessa di quest’ondata che sta travolgendo l’Italia, sarà una sinistra traditrice, che ha abdicato alla propria funzione storica, morale e civile. Sarà una sinistra non più progressista ma conservatrice. Continuerà a urlare slogan che interpreteranno la realtà con gli schemi di cinquant’anni fa, e a non vedere che le vere sfide ‘di sinistra’, oggi, consistono nell’affrontare con mentalità più umana i problemi del Sud del mondo e delle migrazioni.”

Oggi, a distanza di oltre quindici anni, posso solo confermare le mie parole di allora, e aggiungere che quello che è cambiato, è cambiato in peggio. Posso constatare il peggioramento della sensibilità culturale e civile del Paese e l’aumento della volgarità. E non posso smettere di gridare che la responsabilità principale è degli italiani, di cui i loro rappresentanti eletti sono l’espressione. Al punto che, a volte, per sistemare le cose devono intervenire quelli non eletti.

6 pensieri riguardo “Perché chiudono le librerie”

  1. Era un bell’angolo il tuo a Ostia, e molto molto bello era lo spicchio a Garbatella, mi sentivo a casa. Ogni tua argomentazione è lucida e ben motivata, aderente al vero; mi piacerebbe che le tue parole vengano ascoltate e comprese, temo che pochi potranno, il Mercato rende stupidi e basici, oltre che dominante, per quello la sinistra è morta e senza sgominare il Mercato stesso non potrà evolversi.

    My two cent, ovviamente. Un abbraccio grande, Giorgio

      1. Buongiorno Giorgio, mi presento io sono Pietro, qui su WP Fritz. Grazie per il tuo permesso. Ogni anno ribloggo un post tra quelli che più mi hanno colpito. La tua storia di libraio, in circuito indipendente per lo più, con le considerazioni a margine, sono di una forza, per me lettore, che non conoscevo le dinamiche alle spalle, di una forza devastante. Piena ammirazione per quanto hai fatto e per le nuove avventure. Ho inserito il tuo blog tra i preferiti, mi fa piacere continuare a sentirti. Buona giornata. Pietro

  2. L’ha ripubblicato su filosofeggiando in allegrezzae ha commentato:
    Ogni anno decido di ripubblicare un post che nella blogosfera di WP mi ha colpito. Questa volta ho deciso di ribloggare il post de “La lanterna del pescatore” su: “Perche chiudono le librerie”. La chiusura delle librerie (che è seguita a quella inevitabile dei negozi di dischi, delle videoteche e poi dei cinema) è un tema che mi ha sempre colpito e lasciato sgomento. Colpito perchè chi è nato nel mondo analogico come il sottoscritto, ed ha la passione per la lettura, i libri li concepisce ancora oggi come un feticcio ed un luogo dell’anima, e le due cose coincidono a livello materiale nel supporto cartaceo, che di quell’anima ne è corpo, e poi perchè le librerie rappresentano molto più di un semplice negozio. Sono state, almeno lo sono state per me, luoghi di incontro, confronto, conoscenza, presidio del territorio, qualità dello stesso. Ed è per questo che capisco il discorso personale di Giorgio, quando dice che in alcune zone d’Italia, la libreria è l’ultima barriera prima di tante cose spiacevoli. Non ho mai vissuto a Roma, ma ho vissuto tanto (forse troppo) a Torino. E ben ricordo le librerie di periferia che chiudevano e venivano piano piano sostituite da tipologie di negozi che è meglio sorvolare. Ma a chi abitava in centro fregava sega… “tanto a me che mi frega… io abito in centro…” quante volte l’ho sentito (e declinato in varie altre forme, non solo a Torino). Poi sono iniziate a chiudere anche le librerie in centro (dopo i cinema) e al loro posto si aprivano puntualmente store di telefoni cellulari e smartphone asettici e illuminati al neon, che sembrava di entrare con tutto il corpo in un profilattico fosforescente al solo guardarli dall’uscio. Torino era ed è molto diversa da Roma, ma alla fine, sia l’una che l’altra città, vedendo chiusi i posti in cui si creava e cercava cultura, iniziano a somigliarsi, anche troppo.. un po’ come inizia a somigliarsi troppo tutta l’Italia (si troppo, l’Italia era bella perchè magistralmente diversa in ogni regione.. la sua diversità era/è la sua ricchezza). Invito chi passa su questo blog a leggere questa testimonianza di un ex libraio indipendente, che sulla sua pelle testimonia un pezzo di storia del paese che passava nella sua libreria. Su alcune cose di stampo politico non sono tanto d’accordo, specie sui giovani che nel 2005 (io nel 2005 avevo 27 anni) erano tutti neofascisti a livello inconscio. Da questo mi dissocio totalmente, non solo per la mia biografia, ma anche perchè non era cosi’. Verissimo e condivido tutto il resto, che la situazione attuale del livello culturale italiano, viene da molto lontano, ed in particolare dal lontano 1994. Ed anche oggi credo che la cosiddetta maggioranza silenziosa, piuttosto che prendere posizione, stia zitta e spesso volga lo sguardo dall’altro lato (come insegnavano Carlo e Primo Levi, Cesare Pavese, Elio Vittorini e tanti tanti, troppi altri). Questa si una cosa molto italiana, direi italianissima e deplorevole, specie da parte di quella Italia, che sta bene e non muove un dito, finchè l’acqua non ha toccato la sua caviglia (come già detto altre volte su questo blog). Come accadde nel 1922, poi nel 1929, nel 1938. Come accade puntualmente da tanti, troppi decenni a partire dagli anni 70 ad oggi.

  3. Lucidissima e purtroppo tristissima analisi di quanto stia accadendo in Italia negli ultimi venti anni… Credo che nessuno si sarebbe potuto immaginare una tale catastrofe nel 2000, 2001, 2002, cioè gli anni dei social forum, delle grandi marce per la pace…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...