Un urlo civile

razzismo

Ricerche serie e internazionali –poco diffuse sui media perché difformi rispetto alla narrazione prevalente- dimostrano che non c’è nessun rapporto tra la crisi economica e la diffusione del razzismo in Italia; che gli indici di razzismo sono rimasti gli stessi prima e dopo il 2008, e che addirittura sono cambiati poco negli ultimi trent’anni; che le popolazioni più odiate dagli italiani non sono collegate né alla crisi economica né ai flussi migratori, e sembrano piuttosto individuate in base a criteri più antichi: la religione e il colore della pelle. Non si spiegherebbe altrimenti come più di un italiano su 4 non voglia avere un vicino di casa ebreo, e più di 1 su 3 non voglia avere un ebreo in famiglia. Gli italiani del 2018-19 non hanno votato la Lega perché sono incattiviti dalla povertà, ma perché la Lega ha legittimato un loro razzismo antico: lo stesso che si può vedere nei filmati di Trieste 1938, con la folla osannante che accoglie la proclamazione delle leggi razziali. È cosa nota che perfino gli antifascisti in esilio non accolsero le leggi razziali con uno scandalo superiore a quello di qualsiasi altro provvedimento fascista, e che anche molti antifascisti guardarono con favore all’invasione dell’Etiopia. Ci sarebbe da avviare un discorso faticoso e scomodo su quanto il razzismo abbia pervaso la società italiana anche prima del fascismo e anche nella sua parte migliore, sull’esistenza di un razzismo di sinistra, sul perché i riferimenti al genio nazionale italiano in televisione seguano ancora oggi le direttive mussoliniane del 1938, sul fatto che, all’indomani della guerra, non ci fu una resa dei conti col fascismo, come in Germania, ma un’amnistia generale –a firma di Palmiro Togliatti- che lasciò al loro posto dirigenti scolastici, docenti universitari, presidenti di associazioni culturali e sportive collusi col fascismo: persone che hanno continuato a portare nell’Italia democratica lo spirito razzista e fascista in sordina, da posizioni non di primissimo piano ma comunque preminenti. E però questo discorso non viene fatto. Come non viene fatto un discorso sul livello di nazionalismo in Italia, il più alto d’Europa non negli ultimi dieci anni, ma negli ultimi trenta. Siamo il Paese più nazionalista e razzista d’Europa da decenni, ma ci ostiniamo a dire che no, ci siamo solo impoveriti. Ebbene, più di cento anni fa, quando l’Italia invase la Libia, una parte delle sinistre appoggiò l’invasione adducendo il mito della nazione proletaria. Non era un’invasione colonialista, si diceva, ma un tentativo –lo scrisse Giovanni Pascoli- di “provvedere ai figli della Nazione ciò che più desiderano, lavoro” andandoglielo a procurare oltremare. Passa più di un secolo e gli argomenti rimangono uguali. I criceti girano inesorabili sopra la ruota.

Parliamoci chiaro: oggi, essere una sinistra significa innanzitutto avere a cuore i diritti dei migranti. Si può fare rapidamente un test per verificare se un tale è di sinistra oppure no: si può pronunciare in sua presenza la parola migranti. Se dice qualcosa di razzista, quel tale non è di sinistra. Non voglio dire con questo che gli elettori di centro e di destra siano razzisti. Voglio dire che una sinistra ha senso, oggi, solo se si fa carico, razionalmente, realisticamente e con umanità, dei problemi che la gestione delle migrazioni comporta. È questa la battaglia storica che oggi la sinistra è chiamata a combattere, è questo il punto su cui si misurerà il valore e il senso della sua esistenza. La sinistra è chiamata a resistere sul terreno della razionalità e dell’umanità rispetto a un’emotività disumana che oggi piange per la morte di un bambino e domani vorrebbe tutti, bambini e adulti, affogati nel Mediterraneo, senza pietà ma senza nemmeno logica, coerenza, una linea riconoscibile di pensiero. All’irrazionalismo dei leader avventurieri che vellicano la pancia del Paese, con i suoi istinti più violenti, bisogna non adeguarsi, ma contrapporsi. Con argomenti comprensibili ma lucidi, perché gli irrazionalisti hanno dalla loro la semplicità e la violenza dei messaggi. Bisogna saper comunicare con un’efficacia senza semplificazioni, con una fermezza che esclude la violenza. La sinistra recente la violenza non ha saputo escluderla perché non ha saputo nemmeno chiamarla violenza. È questa la sua colpa storica. Non ha commesso violenza, ma l’ha permessa per mancanza di autorevolezza. L’aver teso la mano ai populisti nella criminalizzazione delle Ong, l’aver scimmiottato lo slogan “Aiutiamoli casa loro”, queste sono state le sconfitte della sinistra prima ancora che quella del quattro marzo.

Io non credo alla teoria della “guerra tra poveri”. Le dinamiche tra lavoratori inglesi e irlandesi descritte da Marx e oggi chiamate in causa per giustificare il razzismo delle classi meno abbienti sono dinamiche di quasi due secoli fa, prive di un legame storico col presente. Non è nelle dinamiche sociali che va cercato il perché del razzismo in Italia, ma nelle dinamiche di idee. Le idee degli italiani, oggi, sono improntate a un nazionalismo, a un maschilismo, a un cattolicesimo bigotto e identitario vecchi di cent’anni.

A una nota trasmissione televisiva, un cuoco calabrese fa una figuraccia. Sul web, gli spettatori lo linciano “per la figura che ha fatto fare alla Calabria”. Non ha fatto una figuraccia il cuoco in quanto individuo maleducato, ma l’ha fatta fare a tutta la comunità. L’etica comunitaria è tornata. L’etica comunitaria è quella che contiene, in germe, il nazionalismo.

È tutto collegato. Il familismo significa che ognuno è chiamato a rappresentare al mondo non se stesso, ma la famiglia cui appartiene. E di lì, via via, la comunità, la regione, la nazione di cui fa parte. Se ognuno conta per la comunità cui appartiene, ognuno vale per la comunità a cui appartiene. L’Italia è un paese profondamente familista. Era quindi fatale che, nell’incontro con il villaggio globale, sperimentasse una chiusura razzista.

Non facciamoci illudere dalle teorie consolatorie sul sovranismo che è solo odio per la moneta unica europea, che ha indebolito i ceti medi e bassi. Quella è solo un’ideologia di copertura. La realtà è che l’Italia sta facendo esperienza del suo più cancrenoso problema. L’organizzazione sociale moderna nasce dal deferimento allo Stato dei poteri prima assegnati ai clan e ai piccoli gruppi. In Italia questo deferimento non c’è mai stato. La famiglia, il paesotto, il campanile, perfino la regione sono sempre stati contrapposti allo Stato in una guerra a osservarsi e fregarsi avendo a cuore il proprio interesse particolare. Non si è mai usciti fuori da questa logica arcaica, che è la logica clanica delle società mediterranee che non sono passate attraverso la rivoluzione illuminista. L’Italia è un Paese europeo solo per posizione geografica ed economica. Per cultura, è rimasto ancorato al peggio delle società tradizionali. Il boom economico ha colpito un Paese arretrato e impreparato. Gli italiani vestono con una ricercatezza che non è eleganza, ma ostentazione del benessere. Non importa che accostino gli abiti con gusto, ma solo che mostrino quanto hanno speso per comprarli. Quelle orrende passerelle delle città provinciali, in cui i ragazzi sfilano coperti di marche e di firme, simili più a insegne pubblicitarie che a ragazzi, è la pacchianeria tipica dei parvenu. Gli altri popoli europei non hanno la stessa ossessione delle apparenze. La abbiamo noi perché siamo i cafoni del benessere, i tipici nuovi arricchiti.

A un Nord tronfio nella fierezza del reddito, che giudica calvinisticamente gli esseri umani in base al denaro e al successo -ma senza l’etica austera dei calvinisti- si contrappone un sud dove la popolazione fa scudo col proprio corpo per impedire la cattura di un mafioso, e però spara ai neri. È così che è divisa l’Italia in questo momento. Ed è divisa così non per economia, ma per cultura. Per come le diverse situazioni economiche si sono innestate su un terreno arcaico e privo di una coscienza civile moderna.

È vero che la crisi economica e il processo europeo hanno portato ovunque a una rinascita dei nazionalismi. È vero che dappertutto i neofascismi hanno cavalcato lo scontento sociale. Ma è vero anche che in nessun Paese dell’Europa ricca e democratica si è raggiunto un simile livello. E le istanze populiste dei neofascisti attecchiscono meglio su un terreno patriarcale e premoderno come quello italiano.

Qual è dunque la colpa dell’estrema sinistra italiana? È di aver confuso il suo linguaggio con quello della destra sociale neofascista. Termini come “turbocapitalismo” li abbiamo sentiti tanto dai neonazisti che dai veteromarxisti. L’estrema sinistra oggi rappresenta un popolo ideologicamente più simile a Trump che a Luciano Lama, e usa concetti e termini che si sovrappongono a quelli di Trump -anche se conservano qualche ricordo di Luciano Lama. Una sinistra così non sarà mai veramente antirazzista, perché i suoi interessi costeggiano quelli dei razzisti. Con una battuta, questa estrema sinistra sarebbe più disposta a farsi capitanare da un nuovo Mussolini, che “di cose per il sociale ne ha fatte”, che da un nuovo Churchill, colpevole di essere un “ortoliberista”.

Quella che abbiamo davanti è una nuova guerra, che non verrà combattuta con le armi, ma con la propaganda e i media: una guerra di civiltà che potrà essere vinta solo come l’altra guerra di civiltà: con l’unione di tutte le forze di sinistra e di tutte le forze liberali contro un nemico comune: il neofascismo. Chi non si unisce a questa battaglia, fra cent’anni sarà ricordato per essere stato dalla parte dei neofascisti. E questa è la versione ottimistica: più realistico è pensare che passeremo attraverso un periodo di violenze, e che ci scapperanno dei morti. In realtà le violenze sono già cominciate da tempo, ma finora sono state vittime solo neri, Rom e clochard -dunque per gli italiani persone di serie B. Quando moriranno anche italiani bianchi uccisi da altri italiani bianchi, il vento comincerà a cambiare -per paura e convenienza. A meno che non si riesca -ma ne dubito- a dotare di un senso civico questo Paese che ha il livello economico di una nazione europea e il livello culturale del più rissoso Paese balcanico.

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