Elisa Ruotolo, “Corpo di pane”

Da tempo dico che la migliore poesia italiana di questi anni è scritta da donne. È una poesia lontanissima dagli stereotipi sulla “scrittura femminile” e caratterizzata da una precisione di linguaggio che ha il suo antecedente in Emily Dickinson.

Un esempio di questa scrittura è Corpo di pane di Elisa Ruotolo (nottetempo, 2019). Si apre questo piccolo libro e fin dalle prime righe se ne viene travolti: “Usatelo bene, il vostro dolore / ché non diventi mercanzia / né attiri corvi al pasto della pietà”. Dove troviamo un incipit così potente? Lo troviamo nell’ultimo romanzo della Ruotolo, Quel luogo a me proibito (Feltrinelli, 2021), che inizia con questa frase memorabile: “Tutto è cominciato prima di me”. Il che vale a dire che c’è una coerenza fra la Ruotolo autrice di poesie e la Ruotolo narratrice, che il suo mondo espressivo si presenta rocciosamente compatto.

Cosa resta, della lettura di questo libro? Direi la sensazione di un biancore accecante, di una lingua che illumina una zona oscura per definizione, quella della psiche, provocando nel lettore una reazione perturbata di fascino e di panico. Priva di tecnicismi, spoglia -in apparenza- di qualsiasi armamentario retorico e ricca però di invenzioni metaforiche, la lingua di Elisa Ruotolo si dona al lettore come un corpo sacrificale. Ciò che l’autrice mette in scena è, senza alcun tentativo di mascheramento, la propria interiorità. Si mette a nudo con una singolare crudeltà Elisa Ruotolo, arrivando a definire il giorno della propria nascita “un errore anagrafico” e procedendo di errore in errore fino a “l’errore nella preghiera che fa sorridere Dio” -altra invenzione mirabile.

Il secondo aspetto affascinante della raccolta è il conflitto che si crea fra la limpidezza del dire e l’energia selvaggia, la “forza d’urlo” di un’interiorità che esplode oltre i limiti della parola. È il contrario di quanto accade nella poesia di Gisella Genna, altra autrice di una sola e stupenda raccolta: lì tutte le tensioni si posano nella pace inquieta della forma, qui invece l’io poetico drammatizza la propria mancanza di pace e la traduce in una scrittura di cristallina carnalità. Versi e componimenti sono fortissimi, e al tempo stesso pieni di grazia, come in Le parole si sono ammalate che declina il dissidio amore/scrittura con semplicità commovente. Ma questa commovente semplicità contiene una tensione implacabile. Il verso è come un argine allo straripare dell’intensità: c’è una lotta tra parola e verso, e pare quasi vedere l’autrice che cerca di deviare il corso disperato e candido delle parole, di costringerle ad andare a capo.

Affiora, tra le pieghe di quest’energia che ara lo psichismo del lettore, il sentimento della nostalgia della vita da parte del poeta. Un sentimento comune a molti poeti, se Cioran definiva la personalità umana del poeta “la negazione stessa della vita”, e che conferma come ci si trovi di fronte a una poetessa autentica, che vive la sua condizione senza sconti.

Saper fare poesia con parole dirette è un dono. I più procedono nel terreno oscuro della poesia moltiplicandone l’oscurità. L’autrice di Corpo di pane moltiplica le occasioni di chiarezza, e solo la sua ricchezza interiore e linguistica fa sì che si moltiplichino anche il mistero, la polisemia, le porte che questa poesia ci invita con violenza a spalancare.

Usatelo bene, il vostro dolore
ché non diventi mercanzia
né attiri corvi al pasto della pietà.
Badate di nasconderlo con cura
allora procuratevi bende pesanti
cerotti che tengano
stampelle che fingano passi
medicamenti di carità.
Tenetelo via dall’affollamento del mondo
e non parlatene se non sotto minaccia
di un’arma carica o avvelenata alla punta.
Non fatene commercio di misericordia
non spartitelo per debolezza
né tenetelo da soli
se le mani non ubbidiscono.
In casa basterà fornirsi d’una luce scarsa
-lampadine a risparmio energetico
meglio se d’un tipo scadente
che sfrigolino nello sforzo di mostrare
senza riuscire-
che non promettano durata o allegria.
Alimentatelo di stenti quando sia insopportabile
o di delizie, se vi dà di che vivere
o morire.
Se dovesse sanguinare, dolore o ulcerare
o diventasse dichiaratamente malattia
abbiatene comunque la cura dei figli
spruzzatelo di gocce a benedirlo
e spezzate il vetro delle fiale sui comodini.
Il giorno in cui guarirà
gioitene moderatamente
come si fa coi miracoli
che non concedono per sempre
non risolvono
perché lo sanno anche i santi veri
quelli senz’altare
che la carità -quaggiù
non esiste.

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(fotografia: Mauro Zorer)

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