Il romanzo smarrito sul treno

Che in Unione sovietica, prima di Stalin, gli artisti fossero liberi e le avanguardie fiorissero felici è una leggenda. “Bisognerebbe raccontare la letteratura del Novecento attraverso l’immagine delle fiamme” ha scritto Davide Brullo. “I poeti bruciavano i propri manoscritti per scaldarsi durante i rigori della Rivoluzione; Anna Achmatova scriveva le sue poesie per poi eternarle nella fiamma, perché era proibito divulgarle, anche solo sussurrarle.”

La lista dei poeti dissipati dalla rivoluzione basterebbe a riempire pagine. Di cosa è morto Aleksandr Blok? Un suo grande e misconosciuto collega, Vladislav Chodasevic, ha interpretato così la sua fine: “Tutto era cominciato dai dolori a una gamba. Poi si parlò di debolezza cardiaca. Prima di morire soffrì enormemente. Ma di che cosa è veramente morto? Non si sa. Morì ‘così’, perché era malato di tutto, perché non poteva più vivere. Morì di morte”. Blok morì nel 1921, quattro anni dopo la Rivoluzione d’Ottobre e quattro prima dell’era di Stalin. In quello stesso 1921 veniva fucilato il marito della Achmatova, il poeta Nikolaj Stepanovič Gumilëv. Velimir Chlebnikov morì di fame un anno dopo, nel 1922, e in quello stesso 1922 Chodasevich lasciò l’Unione sovietica: sarebbe vissuto all’estero, tra mille difficoltà, fino al 1939. Marina Cvetaeva, sposata a un ufficiale della Guardia bianca, vide la scomparsa e poi la fucilazione del marito, sua figlia fu internata in un campo di lavoro e lei, emigrata a inizio anni Venti, fece l’errore di tornare in patria. Finì in una camera zozza e buia nel villaggio sconosciuto di Elabuga, dove si impiccò la notte del 31 agosto 1941.

Tranne Blok, i poeti che ho elencato erano contrari alla Rivoluzione. Andò meglio a quelli favorevoli? Direi di no. Esenin e Majakovskij, entrambi “cantori della Rivoluzione”, si tolsero la vita nel 1925 -Esenin- e 1930 -Majakovskij. No, sembra che il regime sovietico, come tutti i regimi, non abbia amato i poeti. E i prosatori? Nemmeno. E i filosofi, e i critici? Nemmeno. Non amò nemmeno i registi. Il povero Mejerchold, il regista che rivoluzionò il teatro dopo Staniskavskij, fu torturato all’età di sessant’anni. E in tutte le scuole di cinema si inneggia al cinema del primo periodo sovietico; ma come mai gli scritti di Ejzenstein sono ancora, in parte, inediti? E cosa è successo ai suoi ultimi film? Rimaneggiati, rimontati, proibiti, scomparsi, quei capolavori osteggiati testimoniano che il regime non amava neanche il cinema. L’Unione sovietica fu una tomba per intellettuali e artisti. Tanti entusiasmi aveva suscitato la Rivoluzione, e almeno altrettanti ne tradì.

Fra il 1917 e il 1990 gli artisti lottarono per sopravvivere sotto un regime fra i più cupi della storia. Uno però sopravvisse senza volerlo: Venedikt Erofeev. Era senza fissa dimora in un Paese in cui non si poteva essere senza fissa dimora. Era disoccupato in un Paese in cui il lavoro non era un diritto e nemmeno un dovere, ma un obbligo. Era un barbone.

Alcune notizie biografiche lo chiamano Viktor. Non so se Viktor fosse il suo vero nome, ma se lo fosse, vorrebbe dire che in Unione sovietica era un nome sfortunato. Anche Chlebnikov si chiamava Viktor, all’anagrafe, ma è passato alla storia come Velimir, che significa “signore del mondo”. Lo avevano soprannominato così gli altri poeti, perché la sua poesia era grandiosa. Ma lui, Velimir Chlebnikov, fu un uomo strano e girovago. Girava, scriveva, e smarriva nei suoi rifugi tutto quello che scriveva. Non sorrideva mai. Aveva sempre la stessa espressione triste e lunare, come un Buster Keaton russo. Quando doveva leggere le sue poesie in pubblico si intimidiva, e dopo i primi tre versi, diceva “eccetera eccetera” e scappava. Era più a suo agio quando si fermava per strada a illustrare ad alta voce le sue teorie sul futuro. Diceva che nel futuro la gente avrebbe viaggiato in dei cubi di vetro e che tutta la conoscenza umana sarebbe stata trasmessa dalle radio o scritta su dei manifesti affissi ai muri dei palazzi. Doveva somigliare a quei matti che si mettono a predicare nelle piazze senza che nessuno li abbia incaricati.

Venedikt -o Viktor- Erofeev era anche lui un matto girovago, ma meno visionario, meno ottimista, più spicciolo. Era più interessato all’alcool che alla letteratura, e infatti vendette i dattiloscritti del suo romanzo per comprarsi da bere. Fosse stato per lui, quel capolavoro di comicità e tragedia che è Mosca sulla vodka sarebbe scomparso. Se lo leggiamo, è solo perché dei lettori illuminati lo salvarono. Lui ne dissipò il manoscritto e tutte le copie dattiloscritte in cambio di qualche alcolico. Anche Modigliani offriva ritratti in cambio di un vermuth, ma erano ritratti improvvisati, non certo i suoi capolavori. Erofeev se ne strafregava di aver fatto un capolavoro, talmente era disincantato di tutto. Forse sapeva di aver fatto un capolavoro, ma se ne fregava lo stesso perché era disincantato di tutto.

La trama di Mosca sulla vodka è semplicissima: un uomo rintronato dall’alcool prende un treno per andare a trovare la donna che ama, ma sbaglia fermata e si ritrova, di notte, in un posto solitario dove lo accoppano. Ma siccome è difficile, nel romanzo, distinguere la realtà dalle visioni indotte dall’alcool, forse l’uomo non viene accoppato, ma immagina di essere accoppato. Il romanzo si conclude lasciandoci il dubbio. Ma, fra l’inizio e la fine, fra un delirio alcolico e un altro, ci permette di guardare la vita degli emarginati che la società degli uguali sfornava a getto continuo, e ci permette di ridere delle assurdità burocratiche e propagandistiche dell’età sovietica con un’autenticità che nessuna opera “realista” ha mai avuto. Perché Venedikt -o Viktor- Erofeev è stato prima un emarginato e solo in seconda battuta uno scrittore. Il protagonista del libro si chiama come lui, Venedikt, Venja o Venicka -i russi hanno questa mania dei diminutivi- tanto per chiarire che c’è poca finzione letteraria in quello che si narra. Questo protagonista vive a Mosca ma non ha mai visto il Cremlino. Una cosa surreale, che va oltre l’emarginazione. Bisogna essere fuori del mondo per vivere a Mosca e non aver mai visto la piazza del Cremlino.

Non scrisse molto altro, Erofeev, a parte quel romanzo. Nei suoi taccuini si autoritrae come un coltissimo buffone. Alcuni aforismi sono memorabili: “C’è così tanta brava gente a questo mondo, che cosa ci faccio io che dico tante balle?” Oppure: “Sul fatto che l’alcol è necessario; cioè, noi saremmo stati liberati da molte cose se, per esempio, nell’aprile del ‘17 Vladimir Il’ič fosse stato talmente ubriaco che non era capace neanche di salire sull’autoblindo”.

Verso la fine della sua vita Erofeev era famoso in tutta l’Unione sovietica senza mai averlo voluto. Il suo romanzo era stato letto “da tutti quelli che avevano a che fare con la letteratura o almeno con la vodka”, si diceva. Nel 1985 fece in tempo a registrare la sua voce che ne leggeva dei passi. Dico che fece in tempo, perché poco dopo fu operato alle corde vocali e perse la voce. Comunicava grazie a quegli apparecchi che si appiccicano alle corde vocali e mandano una voce metallica. Ma era un peccato, perché la sua voce era bella: virile, dolce, piena di musica.

La sua morte coincise con la fine dell’Unione sovietica. Morì pochi mesi dopo il crollo del Muro di Berlino, nel 1990. Non era vecchio, ma aveva fatto una vita di merda. Negli ultimi anni aveva preso un appartamento, ma anche adesso che era famoso i vicini lo evitavano: dicevano ch’era sempre ubriaco e che, quando non lo era, pensava a bere. Ma le fotografie lo ritraggono come un uomo bello, affascinante, con un sorriso buono e disincantato.

Ci ha lasciato un unico romanzo, ma pare che ne avesse scritti due. Il secondo romanzo raccontava la storia di un tizio identico al compositore sovietico Dmitri Shostakovich, che veniva scambiato per Dmitri Shostakovich e si trovava al centro di una serie di gag. Ma nessuno ha mai letto quel romanzo, perché, in uno dei suoi viaggi in treno, Erofeev lo smarrì. Così almeno disse lui. Era talmente ubriaco che si scordò la valigia col manoscritto sul treno, e non ebbe modo nemmeno di ricavare, dalla sua vendita, qualche bicchiere. Sempre che lo abbia scritto davvero, quel secondo romanzo, e che questa non sia tutta una burla – o, come direbbe lui, una delle sue tante balle.

8 pensieri riguardo “Il romanzo smarrito sul treno”

  1. Molto interessante. Eh sì, la Russia non ha mai amato l’Arte, pur avendo il meglio di essa in tutti i campi. Il dissenso era e resta la sua dannazione. Grazie per questo articolo.

  2. attento:
    ti sei perso la “vita”…

    (Il secondo romanzo raccontava la di un tizio identico al compositore sovietico Dmitri Shostakovich,)
    Splendido post!
    E poi… aveva anche gli occhi azzurri! Bello bello!

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