Firenze


L’ultima volta che sono stato a Firenze non ricordavo bene nemmeno le vie. Eppure a Firenze ho abitato per più di due anni. Provavo la sensazione dell’esule, quella di non essere più di casa nel posto che prima era casa tua, di non essere più di casa in nessun posto. Anche quando ero a Firenze mi sentivo in esilio: in esilio da Siena, dove avevo fatto gli studi universitari e che era stata per anni casa mia. A Firenze non mi sentivo del tutto di casa neanche quando ci abitavo perché Firenze è stata la città della mia iniziazione al precariato. Dunque c’è un senso d’esilio che mi lega a Firenze da molti anni. È stata la città del mio esilio e come un esule ci sono tornato, pochi mesi fa.

La Firenze che ho conosciuto io non era molto in forma. Allora si discuteva della tramvia: non so se oggi se ne parli ancora; ma si discuteva anche della scomparsa delle botteghe storiche fiorentine, delle buche in cui la gente inciampava e che rovesciavano per terra le biciclette… Ricordo una mia amica che andava sempre in bicicletta: mi chiedevo come facesse a non cadere. Si discuteva perfino di problemi nella gestione dell’immondizia. Spero che oggi non sia più così. Mi dicono che le ultime amministrazioni hanno cambiato in meglio la città.

Il centro storico di Firenze sembrava una vetrina per turisti: era splendido da vedere, ma era difficile trovare un posto in cui fare una spesa decente. Era difficile condurci una normale vita quotidiana, o almeno così mi sembrava. Parliamo degli anni fra il 2008 e il 2010. Ora credo che molte cose siano migliorate, ma quando ci sono tornato non ho potuto fare a meno di notare la scomparsa di molte librerie, o la loro assimilazione da parte di grosse catene. Dove prima c’era la libreria Martelli, in cui passavo pomeriggi interi leggendo, ora c’è una Feltrinelli Red, per esempio, e non so se ci sia ancora quel meraviglioso negozietto, La Fenice, in cui trovavo CD di musica classica rarissimi.

In un mio racconto ho descritto Firenze così:

“una città senza anima: non solo le antiche botteghe chiudono con la stessa facilità con cui le mosche, d’estate, vengono fatte secche dalla graticola elettrica, ma nessuna delle sue bellezze architettoniche e artistiche sembra suscitare l’attenzione e l’amore dei fiorentini. Musei sporchi, tenuti male, con indicazioni stampate su fogli di carta e appiccicate a muro con lo scotch… e non solo, ma strade dissestate, dove a ogni passo inciampi in una buca, alberi malati, tutte le superfici imbrattate con lo spray… per non parlare dell’apatia che si respira in ogni negozio, bar, ufficio, dove chiunque incontri sembra seccato, se gli rivolgi la parola, che l’hai strappato a un sonno millenario…”

Non sono parole elogiative, e mi rendo conto che la Pro Loco cittadina avrebbe il suo bel da ridire. A Firenze ho condotto anche una ricerca sui visitatori dei musei, e la conclusione era che molti visitatori, soprattutto stranieri, non sapevano nemmeno esattamente cosa andavano a vedere: ad esempio, alcuni confondevano Piazza San Marco di Firenze con quella di Venezia. Molti americani chiamavano la Galleria dell’Accademia “Devid Academia”, perché come David Accademia era indicata nella segnaletica del Mac Donald’s. Un giorno, restai sbalordito da un turista americano che, indicandomi la cupola di Santa Maria del Fiore, mi domandò: “Excuse me, is there the Copèla Sextina?” Il fatto è che Firenze per molti era un non luogo, o come si dice oggi un iperluogo. Un iperluogo è un posto in cui si va non per vederlo realmente, ma perché è un luogo-simbolo, ed è quasi uno status symbol recarcisi.

Naturalmente, sentivo anche il fascino di Firenze. Certe sere, vicino Santa Croce, sembrava di veder aleggiare dei fantasmi. Il senso della morte era incombente, ma aveva un carattere quieto, quasi rassicurante. Si percepiva, come un fiume sotterraneo, lo spirito degli Etruschi, che avevano un rapporto familiare, pacificato con la morte. Forse per questo Alberto Savinio li ha definiti “il primo popolo romantico della storia”

Certe mattine d’inverno il sole sul Lungarno copriva come un panno case e nuvole, era una lastra di miele sul fiume. Di notte le luci della città formavano canne d’organo sotto i ponti, sul letto del fiume.

I nomi dei luoghi, in Toscana, hanno un suono diverso che nel resto d’Italia, un suono più duro ma più musicale: Lungarno, Valdarno, Chiasso largo, Banchi di sotto, sono nomi scoppiettanti e al tempo stesso distanti: sono fiamme gelate, nomi che ancora una volta fanno pensare alla pace ardente degli Etruschi.

Sono arrivato a Firenze a ventotto anni, per seguire un master e cominciare a lavorare. Sono andato via a trent’anni quando ho conosciuto quella che sarebbe diventata mia moglie. A Firenze avevo un’amica un po’ pazza che parlava coi mendicanti e coi musicisti di strada. Non era di Firenze, ma era un personaggio che si sposava bene con l’atmosfera della città. A Firenze sembra che sia sempre sera: anche con un mattino splendente c’è un’atmosfera serale, da sera della vita, da dopocena, quando si raccoglie la posa del giorno e ci si vede per parlare di quello che è successo dopo che già è successo. Gli psichiatri chiamano modalità post factum uno stato d’animo in cui sembra che tutto sia già accaduto, in cui si perde interesse per la vita attiva. Ecco, Firenze induce a qualcosa di simile alla modalità post factum. Io non avevo una gran vita a Firenze, ma ero il confidente di molti. Forse questo ha accentuato ai miei occhi il carattere serale della città, la sua modalità post factum. C’era anche tutto un popolo della sera, a Firenze: un popolo di madonnari, di musicisti di strada, di venditori ambulanti che si srotolava tra Piazza della Repubblica e il Ponte Vecchio e che scompariva in fretta all’arrivo di una volante della polizia. Uscivo spesso la notte, a Firenze, quando non riuscivo a dormire. Giravo anche da solo, e incontravo tutto un inferno cittadino fatto di gente che si ubriacava a San Frediano o nelle vie del centro. Ecco, San Frediano è il quartiere che, di giorno, aveva conservato di più il suo aspetto antico. C’erano botteghe storiche -non necessariamente quelle col marchio di botteghe storiche- che portavano avanti attività pluridecennali, e mi ricordo perfino di un vecchio libraio di oltre novant’anni, Rolando, che aveva una libreria incredibile, coi libri accatastati non solo sui mobili, ma anche sul pavimento: un’orgia di libri, centinaia, messi in ceste, messi alla rinfusa sull’impiantito o impilati… Ci camminavi in mezzo, guardavi, ma solo lui sapeva prendere un libro da quelle pile e dartelo, solo lui era capace di ritrovare il libro che cercavi. Rolando mi raccontò di aver cominciato con un carretto di libri sul lungofiume negli anni Venti -gli anni Venti del Novecento, intendo- ed era un pozzo di memoria, la memoria storica di cosa era il quartiere in tempo di guerra e nel dopoguerra… Ma oggi credo che Rolando sia morto -se fosse vivo avrebbe più di cento anni, e sarebbe un miracolo: spero però che l’attività sia stata rilevata da qualcuno. San Frediano di giorno, per me, è Rolando. Di notte, diventava più simile al resto di Firenze, era quello che Majakovskij chiamerebbe “l’infernaccio della città”, popolato di ubriachi e di attaccabrighe a cui però la polizia, a differenza dei madonnari e dei poveri cristi, non dava mai fastidio perché quelli erano ubriachi e attaccabrighe coi soldi, erano il popolo dello spritz.

Ecco, questa è la mia Firenze: una Firenze disperata e stregante, fatta di personaggi grotteschi e drammatici -come quei senza casa che si riversavano sacramentando nei centri sociali dove io lavoravo per guadagnarmi qualche soldino in attesa di un lavoro vero… ma non voglio divagare. Firenze per me è questa disperazione e questa stregoneria, ed anche quest’invasione indebita del moderno sul corpo antico e nobile della città: è il laboratorio sperimentale dei guasti della contemporaneità, e sono tutte queste cose che ho cercato di raccontare quando ho raccontato Firenze.

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