Il funerale di un secolo

Il secolo in cui sono nato ha smesso di gettare le sue luci. La regina Elisabetta è stata uno dei simboli del Novecento. Ora non c’è più. Ma il mondo a cui apparteneva era morto ben prima di lei. L’infortunio della morte di Diana ne fu una spia evidente. Diana era un idolo consumista e pop, la sua fortuna se l’era guadagnata con la messa in piazza dei suoi sentimenti, rendendo se stessa il personaggio di una soap-opera in un momento in cui trionfavano le soap-operas. La regina veniva da un mondo pre-consumista, non capì il clamore pop suscitato dalla morte di Diana e non seppe affrontarlo. Di qui il suo momentaneo calo di popolarità. Era una donna di cose, s’era arruolata adolescente nella seconda guerra mondiale per combattere contro i nazisti, aveva sfidato Margaret Thatcher sulle sanzioni al Sudafrica e contribuito a sconfiggere l’apartheid. Non poteva certo comprendere il mondo effimero che idolatrava i banali sentimenti di Diana.

Elisabetta II è stata anche uno dei pochi carismi del nostro tempo. Già negli anni Ottanta Primo Levi –in un articolo poi raccolto in L’altrui mestiere– notava che la nostra è un’epoca singolarmente priva di carisma. Forse il mondo, nel secondo dopoguerra, s’era stancato di certi “carismi” che l’avevano condotto vicino al disastro e all’estinzione e aveva preferito orientarsi su tipi più medi. Così facendo, però, un’epoca intera aveva abbassato il suo orizzonte d’aspettative, e oggi, con la cultura della “comunicazione” –che consiste essenzialmente nel dare alla gente ciò che la gente vuole- il pianeta è diventato un posto miserabile.

Ho spesso nostalgia di cose mai vissute. Per esempio, ho nostalgia del mondo che il consumismo e la “controcultura” sessantottina hanno portato via. Non era un mondo perfetto, ma conteneva in sé la spinta a migliorare perché veniva da un passato secolare e muoveva verso un futuro. Solo nella cultura si può dare il vero progresso. Il trionfo di una “controcultura” consumistica schiacciata sul presente lo ha reso impossibile. Oggi infatti cambiano quasi solo le apparenze: la risposta al razzismo e al patriarcato non è più l’azione trasformatrice, ma il politically correct –ovvero il progressismo che rinuncia a cambiare la realtà e s’accontenta di cambiare le parole.

La regina era l’ultima sopravvissuta di un mondo “culturale” nel nostro mondo “controculturale”.  Ora ch’è morta, possiamo celebrare con lei non solo il funerale di un secolo, ma il funerale della cultura secolare che è tramontata in quel secolo.

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