Una generazione (considerazioni)

Rinunciare allo stupore significa rinunciare alla propria umanità. È quello che ha fatto la mia generazione, il cui passaggio su questa terra ha un unico pregio: il disincanto. Siamo cresciuti dopo Berlinguer, dopo la marcia dei quarantamila della Fiat, dopo -molto dopo- l’avvento del consumismo e della “controcultura” consumista. Abbiamo perso tutto il meglio. Abbiamo avuto il solo privilegio di non credere più a nulla, di un disincanto totale. Quando parliamo, la nostra voce è sempre intonata alla realtà così com’è.

Noncredenti di tutto, per noi nulla è serio. Gli occhi non sono appannati da una fede, non vengono turbati dal lampo di un’idea. Siamo quanto di più vicino all’oggettività, al “punto di vista di Dio”…

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Una volta, all’università, una mia amica ascoltò per caso Nell’antro del re della montagna di Grieg ed esclamò: “Dio mio, com’è inquietante!” Inquietante Grieg? La mia generazione ha il rifiuto dell’inquietudine. È, di fatto, emotivamente mutila. Cosa ha reso la vita, negli ultimi decenni, così insopportabile che le persone non possono permettersi di tollerare più del semplice intrattenimento?

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Per essere allegri oggi occorre essere profondamente immuni alle lusinghe della “comunicazione”, che propone un modello sociale “vincente” ma fragile, di successo ma con una vita personale -e interiore- tormentata. Preferisco essere perdente ma forte, o il classico sano fallito.

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