Il gergo della mala

La settimana scorsa io e Giusi abbiamo cenato in quella che era la nostra pizzeria preferita, che si è trasformata in un trionfo di volgarità. Sembrava di stare in un film di camorristi. Anche al centro di Ostia è facile vedere queste scene. La volgarità è il tratto distintivo di quest’epoca così come la razionalità lo era del Settecento o il fascismo degli anni Venti e Trenta. Ma cosa spiega questa proliferazione di atteggiamenti delinquenziali? Da un lato, è semplicemente il linguaggio delle sottoculture giovanili, a cui la moda si rifà. Dall’altro, è come se fossero sostituti della forza e della determinazione: in una società di essere vincenti ma fragili -come vuole il modello diffuso-, l’atteggiamento da “guappo” sopperisce alla carenza di risorse interiori. Un’altra ipotesi è che sia il bullismo scatenato tipico della società dei consumi in addentellato con il fascismo ritornante.

Dai diari di Goliarda Sapienza ho scoperto che “sbroccare”, nei primi anni Ottanta, era un termine del gergo dei carcerati: oggi appartiene al linguaggio comune. Come mai questo transitare di vocaboli dagli idiomi della malavita a quello delle persone “perbene”?

Se guardo al tempo trascorso dalla mia nascita ad oggi, mi sembra un tempo immobile. Un secolo prima, tra il 1880 e il 1922, il volto del mondo è cambiato completamente. Negli ultimi quarant’anni i cambiamenti -a parte il digitale- sono stati marginali, anzi sembra che il progresso si sia fermato: c’è più differenza tra un film del 1930 e uno del 1950 che tra un film degli anni Ottanta e uno di oggi. E se questo adottare gerghi della mala fosse -anche- un modo di ribellarsi all’eccezionale monotonia di questa vita? Se fosse la scossa emotiva che tutti provano a darsi per evadere dal torpore plumbeo di questo stare al mondo?

4 pensieri riguardo “Il gergo della mala”

  1. Io vedo i cambi marginali ed impercettibili al di fuori del digitale, come una compensazione al cambio del digitale che è stato devastante a livello di impatto sulla società e sulla psiche dei singoli.

  2. Ho in casa chi attribuisce alla “rivoluzione digitale” tutti i mali dell’attuale società. Per conto mio non sarei così drastica.
    Le cause sono molteplici, non ultima la totale mancanza del senso dell’autorità conseguente alla mancanza di autorevolezza degli educatori, genitori in cima.
    Sono stata anni nella scuola e l’evoluzione l’ho tristemente notata. Ci sarebbe tantissimo altro da dire, a cominciare dalla caduta del valore della cultura… ma non ho tempo per scrivere… comunque… abbasso la volgarità in ogni sua forma. Augh!

    1. Gentile poetella, non ho dato alcuna connotazione negativa o positiva al cambio dovuto alla rivoluzione digitale. Men che meno tutti i mali. Resta indubbio che la società ha vissuto un cambio di paradigma, cosi come sono cambiate le nostre vite. Sono ritornato ieri dalla mia regione di origine, restandoci più di 7 giorni, cosa che non mi capitava forse da 13 anni (cioé da quando la rivoluzione digitale è diventata cosi pervasiva, per via degli hi-phone). Persino in una terra dove non cambia nulla, come il Sud del Sud, è difficile vedere qualcosa che si ricollega al 2007, non dico al 1996. Per il resto non è cambiato nulla, nè li’, nè nel resto d’Italia, a livello politico, a livello sociale. Anzi. Solo un lento declino su tutti i settori, in cui la rivoluzione digitale ha inciso poco o nulla. Le modalità di vivere, è inutile negarlo, sono cambiate. E questo è un paradosso di dimensioni vastissime.

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